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Tumore al colon-retto, la scelta quotidiana che ti condanna

di Paola Natali martedì 2 giugno 2026

7' di lettura

Il tumore del colon-retto continua a rappresentare una delle principali sfide per la salute pubblica, nonostante sia una delle neoplasie più prevenibili. Alimentazione, stile di vita, adesione ai programmi di screening e diagnosi precoce giocano un ruolo fondamentale nel ridurre il rischio e migliorare le possibilità di guarigione. A fare il punto della situazione è la dottoressa Costanza Alvisi, direttore della Struttura Complessa di Endoscopia Digestiva dell’ASST di Pavia, consigliere nazionale della SIED e della FISMAD, che analizza i principali fattori di rischio, le strategie di prevenzione e le più recenti innovazioni terapeutiche e diagnostiche.  Secondo la specialista, esistono numerosi fattori di rischio direttamente collegati alle abitudini quotidiane. “I fattori di rischio per lo sviluppo del tumore del colon-retto riconducibili a stili di vita e alimentazione sono l’eccessivo consumo di carni rosse e di insaccati, farine e zuccheri raffinati, obesità e sovrappeso, ridotta attività fisica, fumo ed eccesso di alcol”.

La dottoressa Alvisi ricorda come le evidenze scientifiche abbiano ormai chiarito il legame tra alimentazione e tumori intestinali. “È stato dimostrato che una dieta ad alto contenuto di grassi e proteine animali e povera di fibre è associata a un aumento dei tumori intestinali, tanto che dal 2015 l’International Agency for Research on Cancer ha classificato la carne rossa come probabilmente cancerogena per gli esseri umani e la carne lavorata come sicuramente cancerogena”.  Alla base di questo rischio vi sono diversi meccanismi biologici. “Gli acidi biliari prodotti per la digestione dei grassi possono trasformarsi in composti che, se presenti in eccesso, favoriscono lo sviluppo del tumore. Il rischio aumenta ulteriormente con le carni lavorate, sottoposte a processi come affumicazione, stagionatura e conservazione chimica che possono generare sostanze cancerogene”.

Anche l’alcol è un fattore di rischio consolidato. “L’ingestione di alcol comporta la produzione di acetaldeide che, se presente in quantità elevate, può danneggiare il DNA delle cellule dell’apparato digerente e favorire nel tempo lo sviluppo del tumore”. Un ruolo importante è svolto anche dall’attività fisica. “L’esercizio accelera il transito intestinale riducendo il tempo di esposizione della parete del colon a sostanze potenzialmente cancerogene. Inoltre migliora la sensibilità all’insulina, riduce l’infiammazione cronica e contrasta l’accumulo di grasso viscerale, influenzando positivamente l’equilibrio delle sostanze prodotte dal tessuto adiposo”.

Tra i fattori spesso sottovalutati compare anche il fumo. “Le sostanze cancerogene inalate arrivano attraverso il sangue alla mucosa intestinale, dove possono danneggiare direttamente il DNA cellulare e accelerare la trasformazione dei polipi benigni in lesioni maligne”. Inoltre, aggiunge, “il fumo altera il microbiota intestinale, favorisce uno stato infiammatorio sistemico e aumenta la resistenza all’insulina, tutti elementi che contribuiscono alla proliferazione incontrollata delle cellule del colon”. Se alcuni comportamenti aumentano il rischio, altri possono invece esercitare una significativa azione protettiva.  “È assolutamente possibile seguire un’alimentazione ideale volta alla riduzione del rischio di insorgenza del tumore del colon-retto”, sottolinea Alvisi. “Le diete ricche di fibre, caratterizzate da un elevato consumo di frutta e verdura, hanno dimostrato un’importante azione protettiva perché accelerano il transito intestinale e riducono il tempo di contatto delle sostanze cancerogene con la parete del colon”. Le fibre svolgono anche una funzione fondamentale sul microbiota. “Nutrono i batteri intestinali benefici favorendo la produzione di sostanze come il butirrato, che esercita una potente azione antinfiammatoria e contribuisce alla corretta rigenerazione delle cellule intestinali”. Un ulteriore vantaggio è legato al controllo metabolico. “Le fibre rallentano l’assorbimento degli zuccheri, prevenendo i picchi di insulina. Mantenere bassi i livelli di insulina e del fattore di crescita insulino-simile contribuisce a contrastare la proliferazione delle cellule tumorali”. Anche il calcio sembra svolgere un ruolo protettivo. “Alcuni studi hanno evidenziato una correlazione inversa tra consumo di calcio e rischio di tumore del colon-retto. Il calcio può legarsi agli acidi biliari e ai grassi liberi presenti nel colon, limitando la formazione di composti potenzialmente dannosi”.

La prevenzione, però, richiede una visione complessiva. “È indispensabile distinguere tra fattori di rischio modificabili, come fumo, alcol, dieta scorretta, obesità e sedentarietà, e fattori non modificabili, come familiarità, predisposizione genetica ed età”. La maggior parte dei casi, precisa l’esperta, è sporadica. “Circa l’80-85% dei tumori del colon-retto non presenta familiarità. Un 10-15% è definito familiare, mentre il 5-10% è ereditario e legato a sindromi genetiche come la Poliposi Adenomatosa Familiare e la Sindrome di Lynch”. Tra gli altri fattori di rischio figurano l’età avanzata, le malattie infiammatorie croniche intestinali e una precedente storia di polipi o tumori del colon-retto. Parlando di prevenzione, la dottoressa Alvisi invita innanzitutto a distinguere tra prevenzione, screening e diagnosi precoce. “La prevenzione consiste nell’agire prima che la malattia inizi; lo screening serve a individuare precursori o tumori in fase iniziale prima della comparsa dei sintomi; la diagnosi identifica invece la malattia quando si è già manifestata”. Lo screening del tumore colorettale è organizzato dal Servizio sanitario nazionale e si articola in due livelli: “La ricerca del sangue occulto nelle feci rappresenta il primo livello, mentre la colonscopia costituisce il secondo livello per i soggetti risultati positivi”. Per la specialista, “la colonscopia è la vera arma di prevenzione perché consente di identificare e rimuovere i polipi interrompendo l’evoluzione verso il cancro oppure, se il tumore è già presente, di diagnosticarlo precocemente”.

Particolarmente importanti sono i polipi adenomatosi. “Queste lesioni possono evolvere in tumore in un periodo stimato tra 7 e 15 anni. Si tratta di una finestra temporale preziosa che rende lo screening estremamente efficace”. Il programma nazionale è rivolto principalmente ai cittadini tra i 50 e i 69 anni, mentre in alcune regioni virtuose, tra cui la Lombardia, arriva fino ai 75 anni. Tuttavia, l’adesione resta insufficiente. “A fronte di una copertura nazionale del 94% degli aventi diritto al test del sangue occulto, l’adesione media è soltanto del 33%, ben al di sotto del target del 50%”. Il fenomeno riguarda anche gli altri Paesi industrializzati. “Nel 2023 nei Paesi Ocse solo il 48% della popolazione eleggibile si è sottoposta allo screening colorettale, con differenze che vanno dal 9% dell’Ungheria al 74% della Finlandia”.  Preoccupa inoltre l’aumento dei casi tra i più giovani. “Uno su dieci tumori del colon-retto viene oggi diagnosticato in soggetti con meno di 50 anni. Nei Paesi Ocse l’incidenza è aumentata nel 30 dei 34 Paesi osservati, con una crescita significativa anche della mortalità nelle fasce più giovani”.

La strategia preventiva cambia in presenza di familiarità o predisposizione genetica. “Il tumore sporadico è quello che beneficia maggiormente del programma nazionale di screening. Per le forme ereditarie esistono invece percorsi di sorveglianza definiti dalle linee guida internazionali”. Nel caso di familiarità, “la colonscopia deve essere eseguita a 50 anni oppure dieci anni prima rispetto all’età in cui si è ammalato il familiare più giovane. Se, ad esempio, un genitore ha ricevuto la diagnosi a 40 anni, i figli dovrebbero iniziare i controlli a 30 anni”. Accanto allo screening, la diagnosi precoce rimane fondamentale. “È indispensabile rivolgersi al medico o allo specialista per interpretare correttamente eventuali sintomi, evitando l’autodiagnosi”. 

Tra i segnali che non devono essere ignorati vi sono “la presenza di sangue nelle feci, improvvisi cambiamenti delle abitudini intestinali, stitichezza persistente alternata a diarrea, stanchezza, anemia, perdita di peso, mancanza di appetito e dolore addominale non spiegabile”. La ricerca sul tumore del colon-retto sta vivendo una fase di grande innovazione. “Negli ultimi anni si è assistito a un deciso cambio di rotta grazie all’evoluzione tecnologica. L’obiettivo è arrivare a diagnosi sempre più precoci e meno invasive, trattamenti sempre più mininvasivi e terapie altamente personalizzate”. Una delle novità più promettenti riguarda l’intelligenza artificiale applicata alla colonscopia. “Questa tecnologia aiuta il medico nell’identificazione e nell’interpretazione accurata di polipi e lesioni precancerose”.

Parallelamente si sta sviluppando la medicina di precisione. “La chemioterapia tradizionale viene sempre più affiancata o sostituita da immunoterapia e farmaci antiangiogenici mirati alle caratteristiche biologiche del tumore”. Grande interesse suscita anche lo studio del microbiota intestinale. “Si sta valutando il suo possibile ruolo sia nella genesi del tumore sia nella risposta alle terapie oncologiche e nella progressione della malattia”.

Tra le innovazioni più rivoluzionarie spicca la biopsia liquida. “Attraverso un semplice prelievo di sangue è possibile ricercare frammenti di DNA tumorale circolante. Questo esame può guidare terapie mirate e monitorare la risposta ai trattamenti”. Negli Stati Uniti il test è già stato approvato come alternativa per i soggetti che rifiutano gli screening tradizionali. “Non rappresenta il primo esame consigliato e, in caso di positività, richiede comunque una colonscopia di conferma, ma costituisce una nuova opportunità per aumentare l’adesione ai programmi di prevenzione”. Infine, anche in Italia sono in corso importanti progetti finanziati dal PNRR. “Tra gli studi più innovativi figurano quelli sull’effetto protettivo degli estrogeni e sulla profilazione genomica per costruire programmi di screening basati sul rischio individuale, migliorando l’efficacia della prevenzione e l’utilizzo delle risorse sanitarie”.  Il messaggio finale della dottoressa Alvisi è chiaro: il tumore del colon-retto è una malattia che oggi può essere prevenuta e intercettata precocemente in molti casi. Alimentazione equilibrata, attività fisica, abolizione del fumo, moderazione nel consumo di alcol e adesione ai programmi di screening rappresentano strumenti concreti e accessibili a tutti.

La ricerca continua a mettere a disposizione tecnologie e terapie sempre più avanzate, ma la vera differenza resta nella consapevolezza dei cittadini. Partecipare agli screening, riconoscere tempestivamente eventuali sintomi e adottare stili di vita salutari significa aumentare significativamente le possibilità di prevenire la malattia o di curarla con successo nelle sue fasi iniziali.

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