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Tisane, quando fanno male: chi e perché rischia il ricovero

di Luca Puccini lunedì 15 giugno 2026

3' di lettura

Solo una tisana, che vuoi che sia? La cosa più innocua del mondo, il toccasana per eccellenza, la coccola del salutismo spiccio (quella al finocchio sgonfia, quella allo zenzero fa digerire, all’ortica depura, alla melissa rilassa): che male può fare questa benedetta acqua mista a un’erba, bollita, filtrata e al limite (ma solo per i non puristi) leggermente zuccherata? Fa che, se hai appena dodici giorni e piangi di continuo perché è il tuo modo per comunicare col mondo, puoi pure finire in terapia intensiva e rischiare la pelle. È successo (per fortuna è andato tutto bene) a Reggio Emilia, in questo inizio d’estate coi primi caldi che fanno boccheggiare, in una famiglia di origini asiatiche che mai avrebbe pensato, mai avrebbe sospettato, mai avrebbe voluto intossicare con un infuso alla verbena il proprio piccolino con neanche un mese di vita. Lui, piccino, sano e nato a termine, è arrivato al pronto soccorso dell’arcispedale Santa Maria nuova di Reggio che mangiava poco, perdeva peso e non reagiva agli stimoli. Quando, di lì a poco, è andato in insufficienza respiratoria ed è stato necessario addirittura intubarlo, i medici hanno iniziato a indagare: non è stato facile, c’era anche una vera barriera linguistica con mamma e papà, hanno chiamato in aiuto il Centro tossicologico di Bologna, epperò i colpevoli, spulcia e scava, li hanno individuati. Le alcaloidi tropanici, ossia quelle sostanze che (appunto) “deprimono” il sistema nervoso, che di per loro nella verbena manco ci sono ma che possono finire nelle piante essiccate per contaminazione, e un conto è un adulto, forte e svezzato, un altro un neonato la cui alimentazione va controllata in modo puntiglioso (le tisane alla verbena sono molto diffuse in tutta l’Asia, i due genitori hanno spiegato di avergliene data per calmarlo).

Il punto, tuttavia, è assai più ampio. È che “naturale” non coincide con “innocuo” e non è tutto “sano” ciò che luccica (neanche in erboristeria). D’accordo, l’universo del “cibo salutare” è un business che non conosce crisi (l’osservatorio Immagino di Gs1 Italy rileva che i prodotti free from, quelli che dichiarano di non aver fatto ricorso a un ingrediente “critico”, valgono già la bellezza di 12,5 miliardi di euro nel nostro Paese e sono circa un terzo del paniere complessivo) e questo, certo, è un bene: mangiare il giusto, mangiare meglio è il primo passo per una vita longeva e stabile. Ma ci sono dei ma, perché l’alimentazione è un discorso complesso, le regole non contano per tutti nella stessa maniera e bisogna fare dei distinguo. La lista (della spesa) è lunga. Per esempio: il latte vegetale, quello di riso, di mandorle, di avena, di cocco, di qualsiasi cosa che non sia (infatti) latte e che è diventato una moda da influencer e dietisti dell’ultima ora, nell’età infantile, se usato in quantità massicce ed esclusive, può portare alla malnutrizione (uno studio brasiliano di qualche anno fa ha catalogato almeno trenta casi). Oppure: la dolce e mite liquirizia, quella radichetta da masticare che è più un vizio che un’abitudine, nel 2020 ha proprio ucciso un uomo, un muratore di 54 anni del Massachusetts, che ne aveva mangiata un po’ troppa (la glicirrizina abbassa il potassio e alza la pressione, ne bastano 40-50 grammi al giorno per un paio di settimane per iniziare a sentirne l’effetto).

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O ancora: esagerare con gli spinaci (altro che Braccio di ferro, tra l’altro quella è una bufala, son mica così ricchi come si pensa) o con le barbabietole può innescare gli ossalati, tra i principali responsabili dei calcoli renali; il famoso petto di pollo, croce e delizia, più croce che delizia ma fa lo stesso, di ogni dieta perdi peso del mondo, secondo una ricerca recentissima potrebbe far aumentare il rischio correlato ad alcuni tumori gastrointestinali; le vitamine come la D o la A non sono da meno (le prime eccellono in calcio ma possono portare a insufficienza renale se non controllate e le seconde, essenziali per la vista, possono causare danni epatici). La verità è che non esiste un cibo “sano” in assoluto e uno no e che l’allarmismo serve apoco nella vita, figuriamoci a tavola: occorre, semmai, la consapevolezza e l’informazione (Vigierbe, per dirne una, è un portale correlato all’Istituto superiore di sanità che permette a chiunque di segnalare una reazione avversa a integratori, tisane, prodotti erboristici od omeopatici). Anche l’erba più buona, nella dose sbagliata, al momento errato, può far male.

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