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Infarto, quando le cellule del cuore cambiano: il ruolo chiave di un gene

di Paola Natali sabato 13 giugno 2026

4' di lettura

La salute del cuore dipende da una complessa rete di meccanismi biologici che la scienza continua a esplorare. Tra questi, uno dei fenomeni che negli ultimi anni ha attirato particolare attenzione è la poliploidia dei cardiomiociti, le cellule muscolari responsabili della contrazione cardiaca. Un recente studio pubblicato su PNAS ha individuato nel gene Shroom3 un importante regolatore di questo processo, suggerendo che le alterazioni della sua funzione possano contribuire allo sviluppo di problemi cardiaci come la dilatazione ventricolare e la riduzione della capacità di pompaggio del cuore. Per comprendere la portata della scoperta è utile chiarire cosa si intende per poliploidia. In condizioni normali, le cellule dell’organismo possiedono due copie di ciascun cromosoma. Alcune cellule, tuttavia, possono accumulare ulteriori copie del proprio materiale genetico senza completare la divisione cellulare. Questo fenomeno prende il nome di poliploidia e nei cardiomiociti rappresenta una caratteristica piuttosto comune nei mammiferi adulti. Sebbene sia noto da tempo, il suo significato biologico e le sue conseguenze sulla funzionalità cardiaca non sono ancora stati completamente chiariti.

Per approfondire questo aspetto, un gruppo di ricercatori ha utilizzato l’Hybrid Rat Diversity Panel, una vasta raccolta di ceppi di ratti geneticamente differenti che consente di studiare l’influenza dei geni su caratteristiche biologiche complesse. Analizzando il cuore di 75 diversi ceppi, gli studiosi hanno osservato notevoli differenze nella quantità di cardiomiociti poliploidi presenti nei vari animali. Alcuni mostravano una percentuale molto ridotta di cellule altamente poliploidi, mentre altri ne possedevano quantità decisamente superiori. Questa variabilità ha confermato che la genetica svolge un ruolo fondamentale nel determinare il livello di poliploidia cardiaca. L’aspetto più interessante emerso dallo studio riguarda però il legame tra queste alterazioni cellulari e la funzionalità del cuore. I ricercatori hanno infatti scoperto che i ratti caratterizzati da una maggiore presenza di cardiomiociti iperpoliploidi, cioè cellule che contengono almeno otto copie del genoma, tendevano a presentare anche segni di sofferenza cardiaca. In particolare, il ventricolo sinistro risultava più dilatato e la frazione di eiezione, un parametro utilizzato per valutare l’efficienza con cui il cuore pompa il sangue, appariva ridotta. Si tratta di condizioni frequentemente associate a stati patologici e a una progressiva perdita della capacità contrattile del muscolo cardiaco.

Per individuare i geni responsabili di queste differenze, gli studiosi hanno eseguito una mappatura di associazione a livello genomico, una tecnica che permette di collegare specifiche varianti genetiche a determinati tratti biologici. Tra i numerosi geni analizzati, uno ha attirato in modo particolare l’attenzione dei ricercatori: Shroom3. Questo gene produce una proteina coinvolta nell’organizzazione del citoscheletro, la struttura interna che conferisce forma e stabilità alle cellule. La proteina SHROOM3 interagisce direttamente con l’actina, uno dei principali componenti del sistema che regola l’architettura cellulare e molti processi legati alla divisione e alla crescita delle cellule. L’analisi genetica ha rivelato che Shroom3 presenta diverse varianti in grado di alterare la funzione della proteina prodotta. Per comprendere meglio il suo ruolo, i ricercatori hanno eliminato il gene specificamente nei cardiomiociti di modelli animali. I risultati sono stati particolarmente significativi. L’assenza di Shroom3 ha determinato un aumento marcato dell’iperpoliploidizzazione dei cardiomiociti e, contemporaneamente, un peggioramento della funzione cardiaca. Gli animali mostravano infatti ventricoli più dilatati e una ridotta capacità di contrazione, suggerendo che il gene svolga un ruolo protettivo nel mantenimento dell’equilibrio cellulare e della normale attività del cuore.

Ulteriori analisi hanno permesso di comprendere meglio il meccanismo alla base di questi effetti. Due specifiche varianti genetiche si sono dimostrate capaci di compromettere l’interazione tra SHROOM3 e l’actina. Questa alterazione non influenzava soltanto la struttura delle cellule, ma modificava anche l’espressione di numerosi geni coinvolti nella replicazione del DNA. In altre parole, la perdita della normale funzione di SHROOM3 potrebbe favorire una continua duplicazione del materiale genetico senza che la cellula completi correttamente il processo di divisione, portando così all’accumulo di cardiomiociti sempre più poliploidi. La scoperta assume particolare rilevanza perché fornisce una delle prove più convincenti del collegamento tra la poliploidia dei cardiomiociti e la funzionalità cardiaca. Fino a oggi non era chiaro se l’aumento della poliploidia rappresentasse semplicemente una conseguenza della malattia oppure un fattore capace di contribuire direttamente al suo sviluppo. I risultati ottenuti suggeriscono che l’iperpoliploidizzazione possa essere coinvolta attivamente nei processi che portano alla dilatazione ventricolare e alla riduzione delle prestazioni del cuore.

Sebbene siano necessari ulteriori studi per verificare se gli stessi meccanismi siano presenti anche nell’uomo, questa ricerca offre nuove prospettive per la comprensione delle malattie cardiovascolari. Identificare i geni che regolano la ploidia dei cardiomiociti potrebbe infatti consentire in futuro di sviluppare strategie terapeutiche innovative, capaci di intervenire sui processi cellulari che precedono il danno cardiaco. In questo contesto, Shroom3 emerge come un protagonista inatteso ma fondamentale, un gene che potrebbe contribuire a spiegare come piccoli cambiamenti genetici siano in grado di influenzare profondamente la struttura e la funzione del cuore.

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