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Agon Channel: si dimette il direttore di rete Lorenzo Petiziol

Ignazio Stagno
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Un altro addio ad Agon Channel. Il direttore di rete, Lorenzo Petiziol, ha abbandonato il suo incarico "per motivi famigliari". Ma, intervistato da Udine Today, condivide in parte le lamentele di Antonio Caprarica che ha lasciato polemicamente la direzione del telegiornale. "Sono stato chiamato quest'estate da Giancarlo Padovan durante i Mondiali di calcio che commentavo per una tv italo-canadese. Lui si trovava a Tirana già da marzo 2014. Mi spiegò dapprima il progetto, poi mi chiese se fossi interessato ad unirmi a loro. Fin da subito mi sembrava allettante, mi 'attizzava' la cosa. Siccome ne ho viste di tutti i colori durante la mia carriera avevo il desiderio di conoscere un nuovo colore. Dovevo essere il direttore di rete. Padovan, invece, che era una specie di braccio destro dell'editore Francesco Becchetti, aveva il coordinamento di tutta la parte albanese, già partita da un anno: news, ingaggi, programmi, giornalisti ecc. Io sono arrivato solo nei primi giorni di settembre e dall'inizio ho iniziato ad aiutare a formare la squadra, invitare gli ospiti e a programmare il palinsesto dell'Agon Channel italiana. Lavoravano all'interno della tv degli autori e dei produttori molto in gamba, tutta gente con esperienza pluriennale che proveniva da Endemol, Rai, Mediaset. Pure due o tre di questi, tra l'altro, mi risulta siano già andati via. Il motivo per tutti è più o meno sempre lo stesso: la programmazione. A Tirana si sta veramente bene, la vita costa pochissimo e gli albanesi hanno un'adorazione per gli italiani. Tirana poi è una città fantastica e si mangia da re, anche con 15 euro, ve lo garantisco. Ho avuto modo, inoltre, di conoscere diverse persone straordinarie: Sabrina Ferilli, Pippo Civati, Pupo, la Corvaglia, Brigitte Nielsen. E i ragazzi che lavoravano con noi, i giornalisti su tutti, erano tutti gentili e preparati, il vero valore aggiunto dell'azienda. Sul piano umano ho ricevuto un trattamento principesco e poi l'editore pagava e per giunta bene. Le prospettive, insomma, erano bellissime. Ma alla fine si è palesato il problema: la mancanza di un filone editoriale e di una vera programmazione. Tanti quiz e troppe repliche. Sì, alla fine, più che la televisione del futuro si aveva l'impressione di fare la tv del passato. Su questo Caprarica aveva ragione". L'addio - E aggiunge: "Con tutto il rispetto non mi è piaciuto il modo in cui se n'è andato, non il senso delle sue affermazioni che in parte faccio anche mie. Anch'io me ne sono andato, se pur con altre ragioni, addirittura qualche giorno prima di lui. Ma senza fare chiasso, se non rilevando alcuni problemi e disagi che possono esistere in qualsiasi televisione quando si inizia da zero. E' normale che agli esordi si possa stare in dei container, soprattutto mentre si è in attesa di una struttura nuova. Probabilmente Caprarica credeva di poter proporre una televisione in stile Rai, ma si è accorto troppo tardi che mancavano le strutture per poterla fare. Lui è troppo legato a Londra, a quello stile di vita e al mondo Rai. Non ha saputo resistere alle difficoltà iniziali nonostante i soldi che percepiva. Era l'editore a decidere tutto, voleva fare tutto lui. E poi aveva già in ballo dei contratti e quindi, seguendo le sue idee, li ha rispettati fino in fondo. Pensi che all'inizio aveva come mentore e aiuto addirittura Carlo Freccero, poi anche con lui, come con Vinci si ruppe qualcosa. Il problema è che ad Agon si naviga a vista. Si prendevano delle decisioni senza logica, alla giornata. La classica frase era: 'Oggi facciamo questo, va bene?'. E si faceva un talk show fra di noi per coprire degli spazi. E poi l'idea di fare 10 telegiornali al giorno in una televisione fatta di quiz e che non ha archivio storico, né immagini e con una differita di un'ora e un quarto è una cosa secondo me sbagliata e che diventa improponibile per lo spettatore. Una fatica e uno sforzo massacrante. Inoltre, il nostro tg non veniva registrato in uno studio vero, ma montato in post produzione con dei multiscreen che a me non sono mai piaciuti. Caprarica anche su questo aveva ragione. Non si può andare avanti a livello nazionale utilizzando solo Skype, Youtube, interviste telefoniche o amicizie personali. Non c'è un palinsesto vero, manca un'idea vera e innovativa di televisione. Quello è il problema. E alle mie domande su come coprire i buchi in palinsesto, la risposta era sempre la stessa: «ci penseremo più avanti». Pensi che anche la redazione sportiva era in stand-by. Avevamo avuto infatti dei problemi per acquisire gli highlights del campionato italiano di Serie A e quindi tutti i programmi sportivi erano fermi, come lo sono tuttora". I motivi - E conclude: "Io ho lasciato 20 giorni dopo l'inizio ufficiale delle trasmissioni, a metà dicembre. I miei motivi sono stati principalmente familiari. Ma probabilmente, anche se non ci fossero stati questi motivi, avrei lasciato a metà gennaio perché non vedevo grosse prospettive. Ovviamente mi auguro di sbagliarmi. C'è da considerare, infatti, che una startup di una televisione nazionale non è una cosa semplice, nonostante le disponibilità economiche che un editore facoltoso può mettere a disposizione. Al principio c'è sempre, poi, un pedaggio da pagare".

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