Bruxelles, 24 gen. - (Adnkronos) - Oggi la Commissione Europea ha inviato pareri motivati all'Italia, così come a Bulgaria, Grecia e Portogallo, chiedendo di notificarle le misure di attuazione in relazione al disposto della direttiva sulla prestazione energetica nell'edilizia. La direttiva 2010/31/Ue doveva essere recepita nel diritto nazionale entro il 9 luglio 2012. A norma di questa direttiva gli Stati membri devono stabilire e applicare requisiti minimi di prestazione energetica per gli edifici nuovi e quelli esistenti, assicurare la certificazione della prestazione energetica degli edifici e prescrivere l'ispezione regolare dei sistemi di riscaldamento e di condizionamento. La direttiva fa obbligo inoltre agli Stati membri di assicurare che, entro il 2021, tutti i nuovi edifici rientrino nella categoria dei cosiddetti "edifici a energia quasi zero". Se l'Italia non ottempererà al loro obbligo legale entro due mesi la Commissione può decidere di deferirla alla Corte di Giustizia. Con le procedure d'infrazione, la Commissione Ue avvia azioni legali nei confronti di alcuni Stati membri per inadempimento degli obblighi previsti dalla normativa dell'Unione. Le decisioni, relative a settori diversi, hanno l'obiettivo di garantire la corretta applicazione del diritto dell'Unione a favore dei cittadini e delle imprese. La Commissione ha adottato oggi 171 decisioni, tra le quali 24 pareri motivati e 10 deferimenti alla Corte di Giustizia dell'Unione europea, per 7 dei quali vengono chieste sanzioni pecuniarie. Oltre alla questione energetica, l'Italia è chiamata a rispondere anche in materia di diritto al lavoro. La Commissione Ue ha infatti chiesto all'Italia di applicare appieno la direttiva del Consiglio sul lavoro a tempo determinato (1999/70/Ce) che fa obbligo agli Stati membri di porre in atto un accordo quadro, raggiunto dalle organizzazioni a livello di Ue che rappresentano i sindacati e i datori di lavoro, in cui si delineano i principi generali e i requisiti minimi applicabili ai lavoratori con contratto a tempo determinato. La direttiva contiene una disposizione assoluta che impone di prendere in considerazione i lavoratori con contratto a tempo determinato in sede di calcolo della soglia a partire dalla quale, ai sensi delle disposizioni nazionali, devono costituirsi gli organi di rappresentanza dei lavoratori. Le pertinenti norme italiane violano i requisiti della direttiva poiché tengono conto solo dei contratti a tempo determinato superiori a nove mesi ai fini di tale calcolo. Ciò significa che i lavoratori con contratto di durata inferiore a nove mesi non vengono conteggiati all'atto di valutare se un'impresa sia sufficientemente grande per essere tenuta a istituire organi di rappresentanza dei lavoratori. La richiesta della Commissione si configura quale parere motivato a norma delle procedure d'infrazione dell'UE. L'Italia dispone ora di due mesi per notificare alla Commissione le misure adottate per dare piena attuazione alla direttiva. In caso contrario, anche qui la Commissione può decidere di deferire l'Italia alla Corte di Giustizia europea.




