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Dargen D'Amico, l'appello dal palco? Un sospetto: cosa c'è dietro davvero

Tommaso Lorenzini
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Uno strano peacemaker s’avanza a Sanremo, portanto con sé un “messaggio rivoluzionario” per metter fine al conflitto che insanguina il Medio Oriente. Occhiali con montatura dorata (ma anche con i colori dell’Ucraina, alla bisogna, che non si sa mai), completi fulminanti, dal sobrio nero-fucsia al lurex dorato, che porta cucito il messaggio della canzone “Onda alta” presentata in concorso, un brano dedicato alla tragedia dei migranti annegati in mare, concetto rafforzato dagli orsetti di peluche applicati sulle spalle che invitano alla commozione per quei disgraziati piccoli che non ce l’hanno fatta.

QUANDO SI BALLA...
S’avanza a colpi di slogan più che di canzoni, Dargen D’Amico, al termine di ogni esibizione all’Ariston, con molta delicatezza (fa notare lui stesso), esclama che «dall’altra parte del mare ci sono bambini buttati sul pavimento perché negli ospedali non ci sono più barelle, i bambini sono buttati sui pavimenti e vengono operati con le luci del cellulare e senza anestesia. Usiamo il nostro coraggio per chiedere il cessate il fuoco».

Un reiterato appello a occuparsi dei migranti, un reiterato appello al «cessate il fuoco» orchestrato con sedicente coraggio e sbandierato pudore che però assomigliano ad astuzia: senza mai pronunciare la parola Gaza, dandole in questo modo ancora più presenza; senza mai nominare gli orrori perpetrati il 7 ottobre dai terroristi di Hamas sui bambini israeliani, dando perciò ancora più rilevanza alla mancata citazione. Senza mai rammentare che quei bambini potevano essere già lontani da lì se Hamas non avesse rifiutato più di una proposta di tregua di Israele.

Ci sono dunque bimbi di serie A e di serie B? Sarà colpa dell’emozione oppure l’appello al «cessate il fuoco» doveva uscire così ecumenico da essere apparso invece a senso unico? Sarà colpa dell’emozione oppure una parolina per gli ostaggi israeliani poteva starci? Sarà colpa dell’emozione o c’entrerà mica quel braccialetto con i colori della Palestina che Dargen indossa disinvoltamente?

Siamo spiazzati, pensavamo fosse una stecca invece era una nota volutamente presa così. Fa politica D’Amico, eppure no, non vuole essere associato alla politica, perché (sopresa!) ha scoperto che sui social oltre a qualcuno che ha raccolto il suo facile appello a far tacere le armi, c’è anche più di uno che gli ha fatto le pulci, che gli ha fatto notare come scivolare nel qualunquismo sia tanto facile quanto cadere dalla scala di Sanremo.

 

IO NON CI STO
E lui, dopo un’analisi tanto profonda su come fermare i conflitti, a questo giochino non ci vuole stare: «Tornando a casa, per addormentarmi, ho letto qualche parere riguardo alla mia esternazione», spiega D’Amico, «io non volevo essere politico. Quando ho letto “politico” vicino al mio nome mi sono preoccupato». E ancora: «Ho fatto tante cazzate nella mia vita, ho commesso molti peccati, anche gravi, ma non ho mai pensato di avvicinarmi alla politica». Però, parafrasando il vero successo musicale di Dargen, quando si balla c’è da ballare, inutile tirare il sasso e poi nascondere la mano.

Parlando di fronte alla platea di Sanremo e a quella televisiva (milioni di persone) ogni sillaba diventa politica, sebbene lui la consideri evidentemente il male. «L’apoliticità non esiste. Tutto è politica», sentenziava Thomas Mann.

E la si può fare perfino in quella Telemeloni che, secondo la vulgata di sinistra, dovrebbe aver annichilito e messo il bavaglio a ogni forma di pensiero critico. E che invece, pensate, consente di partecipare a un festival musicale e lanciarsi in legittimi (e politici) appelli per i bambini di Gaza, dimenticando però quegli altri ragazzi che proprio in un festival musicale hanno iniziato il loro viaggio verso l’inferno.

 

E SE AVESSE RAGIONE?
Nel Festival che Amadeus aveva avvisato di aver progettato «senza politica», non passa sera che non ci si occupi esattamente di politica anche quando si finge di non farlo, soprattutto se è quella che piace alla gente che piace, vedi il “Bella Ciao” intonato quando le luci del palco non erano neanche accese. Anche se, alla fine, viene proprio il sospetto che forse Dargen D’Amico abbia davvero ragione: e se la sua non fosse politica, ma solamente facile consenso?

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