A un bel punto di una serata elettrizzante come una lezione del Consorzio Nettuno, comprare lui, Sal Da Vinci. Sguardo pulito, mascella scolpita, tintarella da seduta esageratamente lunga eseguita al centro abbronzante “Inferno rosso”.
Si piazza al centro dell’Ariston e porta ‘nu raggio di sole e buon umore, grande assente nel teatro musicarello più famoso d’Italia. Da Vinci Sal è il vero vincitore della prima serata del Festival, unica variabile impazzita che a questo punto sogna il colpo grosso con la già chiacchieratissima Per sempre sì, una via di mezzo tra un brano della tradizione popolare napoletana, una paraculata costruita a tavolino e un prodotto da cantare nei migliori (e soprattutto peggiori) matrimoni di Caracas. Capiamoci, gli stiamo realmente facendo un complimento perché a differenza di molti altri ha dimostrato enorme coerenza rispetto al suo personaggio. Sal Da Vinci è Napoli in purezza. Non nel senso cartolinesco dei mandolini, dei Pulcinella e delle sfogliatelle. Napoli vera, familiare, teatrale e certamente solare.
FIGLIO D’ARTE
Figlio d’arte cresciuto tra palcoscenici, musica e quell’educazione sentimentale che solo certe città sanno impartire, ha dimostrato di avere enorme “mestiere”, termine spesso utilizzato con accezione negativa e, invece, sinonimo di grande intelligenza. Per anni è stato “quello bravo” e nulla di più. Categoria pericolosa, perché il più delle volte rischia di confinarti nel limbo degli artisti rispettati che però difficilmente riescono a svettare. Poi arriva il terremoto Rossetto e caffè e cambia tutto. Una canzone che diventa abitudine collettiva, colonna sonora volontaria e involontaria, presenza fissa nei matrimoni, nelle radio, nelle storie Instagram e – inevitabilmente – nei karaoke più fetenti e sfacciati. “Metti quella del rossetto e del caffè”. E in un attimo ‘sto scugnizzo esce dal Golfo e conquista l’Italia intera.
Il successo popolare, quello vero, è una faccenda strana: non chiede il permesso, semplicemente arriva e spesso finisce per travolgerti perché ti trasforma in schiavo, prigioniero di un tormentone destinato a essere soggiogato da quello successivo. Sal Da Vinci questa cosa l’ha capita in tempo e ne è uscito alla grande con ‘sto Per sempre sì che è un mix di accordi perfetti (complimenti agli autori) e un testo studiato per sbancare alla Siae.
Il pezzo è chiaramente destinato a generare discussioni infinite tra pro e contro, ovvero tutto ciò che al giorno d’oggi permette di distinguersi in un mondo musicale divenuto territorio barbaro. I fan lo difendono con entusiasmo quasi militante, i critici si esercitano nel tiro al bersaglio, gli indecisi oscillano come sempre e comunque «la sentiremo a tutti i matrimoni!». Tradotto: a prescindere dalla classifica, ha già vinto. Quando una canzone fa discutere, vuol dire che è viva, quando un artista è al centro delle cronache... ha centrato l’obiettivo.
Sia chiaro, non lo stiamo paragonando al Da Vinci più famoso e geniale, ma sul palco che ha fatto tremare tanti mammasantissima della musica costui ha mostrato la serenità di chi sa chi è e soprattutto cosa vuole. Nessuna ansia da prestazione, nessuna costruzione forzata. Solo presenza scenica, voce, identità. E alla fine la sorpresa non è che sia piaciuto, ma che a differenza di quasi tutti gli altri abbia generato un qualche tipo di emozione, positiva o negativa che sia (“è un grande”, “è agghiacciante”). Su questo Festival di Sanremo fin qui del tutto insipido, quantomeno, è piovuto un pizzico di Sal.




