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Difende la famiglia: Sal Da Vinci nel mirino

Siamo sicuri che il problema sia quello della napoletanità buona e di qualità contrapposta a quella cattiva e stereotipata rappresentata da Sal da Vinci, vincitore dell’ultimo festival di Sanremo?
di Corrado Oconesabato 7 marzo 2026
Difende la famiglia: Sal Da Vinci nel mirino

3' di lettura

Siamo sicuri che il problema sia quello della napoletanità buona e di qualità contrapposta a quella cattiva e stereotipata rappresentata da Sal da Vinci, vincitore dell’ultimo festival di Sanremo? Che tutto si riduca a una differenza fra la musica sofisticata e “presentabile” dei “veri artisti” e quella melensa, neomelodica, da “pizza e mandolini”, che ha avuto una inattesa consacrazione quest’anno alla riviera dei fiori? Con gli ovvi corollari, che potremmo definire elitistici, per cui certi eventi segnalano che si son perse le gerarchie, “uno vale uno”, e tutti, anche i mediocri, possono aspirare al loro momento di celebrità. Era fin troppo facile immaginare che, dopo le dichiarazioni in tal senso non solo di Aldo Cazzullo ma anche di tanti intellettuali e giornalisti à la page, a Napoli e fra i napoletani scattasse quel sentimento misto di orgoglio e vittimismo che è ancora oggi vivo come l’eredità di atavici complessi di inferiorità maturati. Ma è possibile che, nel nuovo millennio, tutto si riduca ancora a una diatriba fra Napoli e il resto d’Italia e si arrivi a rispolverare persino un antistorico “razzismo” verso i “meridionali”?

Permettetemi di essere scettico. A mio avviso, il motivo vero per cui la canzone di Sal da Vinci ha turbato, o quanto meno spiazzato, molti italiani, e ha generato la reazione di certo ceto intellettuale, è in un motivo che resta in buona parte inespresso, quasi “rimosso”, ma che, a livello più o meno inconscio, genera ostilità e pregiudizio. Il vincitore di Sanremo si è fatto infatti cantore di una istituzione che, negli ultimi decenni, è stata messa fortemente in discussione nel mondo intellettuale, e in vaste aree della nostra stessa società: il matrimonio eterosessuale tendenzialmente unico e indissolubile della tradizione cristiana. Questa rivalutazione è suonata perciò come anacronistica, per non dire “reazionaria”, alle orecchie di coloro che collocano le proprie idee lungo una linea ascendente che porta dal male al bene e che ci ha fatto passare dall’oscurantismo del passato ai lumi di oggi e dell’avvenire. In molti contesti fare oggi una scelta classica, in questo settore, non è una possibilità come le altre che una società pluralistica e liberale deve garantire, ma un residuo del passato da combattere e al massimo tollerare prima della sua estinzione. In questa vera e propria “riconversione intellettuale” il mondo dell’intrattenimento e della comunicazione ha giocato un ruolo fondamentale, come si può ben vedere anche dalle varie “provocazioni” e esibizioni di rapporti non classici esibiti a Sanremo negli ultimi anni e anche in quest’ultimo festival. Il paradosso è che, in nome di una presunta trasgressione, si sono imposti una nuova normalità e un nuovo “pensiero unico”. Entrambi escludenti e intolleranti verso coloro, molti più di quanto si potesse credere, coltivavano in privato idee e opinioni diverse.

Sal da Vinci, presentando la sua canzone e vincendo addirittura, fra l’altro con il voto delle giurie giornalistiche, ha dimostrato quale sia oggi la vera trasgressione. Egli è stato cosìvisto in certi ambienti come una scheggia impazzita, o più radicalmente come il segnale di un cambio d’epoca. Ovviamente non si tratta di ritornare al passato, né si vogliono censurare le cosiddette “culture della differenza” cresciute in questi anni. Si vuole più modestamente affermare che le sensibilità cambiano con un processo che parte dal basso, non eterodiretto, e che comunque nostro compito deve essere quello di liberare energie e dare spazio a tutti. Forse senza clamori, e senza record di ascolti, l’ultimo Sanremo ha finito per dirci proprio questo.