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Il ricordo

Valentino Mazzola e Fausto Coppi: domenica il centenario di due eroi tragici dello sport italiano

12 Settembre 2019

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Valentino Mazzola e Fausto Coppi: domenica il centenario di due eroi tragici dello sport italiano

Il 1919 non appartiene solo a Coppi e a Brera, il 26 gennaio di quell' anno, a Cassano d' Adda, città metropolitana di Milano, nasceva Valentino Mazzola, considerato da buona parte dell' opinione tecnica, forse il più grande calciatore italiano di sempre. Il primato se lo giocherebbe con Peppino Meazza. C' è anche chi cita Gianni Rivera e chi, ma è in minoranza, Roberto Baggio. Valentino Mazzola e Fausto Coppi, due campioni-eroi. Legati da quell' anno e da un destino cattivo.

Il destino che Brera chiamava «diavolo». Coppi morì a 40 anni di «una volgare tossicosi africana» (Brera), Mazzola a 30, in quell' aereo che si schiantò sulla collina di Superga. Coppi e Mazzola erano legati dall' enorme popolarità che sfiorava il mito quando erano ancora vivi, e da vicende private che si toccavano: entrambi avevano rotto il primo matrimonio per risposarsi, in anni in cui azioni del genere erano colpa e reato.

Posso dire di aver "conosciuto" Valentino per interposto figlio. Sandro Mazzola era il maggiore, classe 1942, Ferruccio il minore (1945). Si trasferirono a Milano dopo la morte del padre. Erano contesi dalla madre naturale, Emilia e dalla seconda moglie Giuseppina. Sandro è sempre stato molto prudente, anzi, silenzioso, su questo argomento. Abitava in via Arena, Porta Ticinese, frequentava la scuola media di via Campo Lodigiano e l' oratorio di San Lorenzo. Erano la mia scuola e il mio oratorio. Se passi lì davanti, oltre la cancellata, puoi vedere quel campetto di cemento e le porte semidistrutte, che sono ancora quelle di quegli anni, i Sessanta.

I fratelli giocavano lì. Ferruccio era il più tecnico, è sempre stato lo stesso Sandro ad ammetterlo. Erano più grandi di me ma qualche volte riuscivo a infilarmi nelle partitine. Nel campionato 1960-61 si ricorda quello Juve-Inter, quando Herrera mandò in campo la Primavera per protesta dopo l' ennesimo sopruso della Juve, che era riuscita a far annullare un 2-0 a tavolino a favore dell' Inter. La squadra di Torino, solito duro spirito sabaudo, giocò sul serio umiliando i ragazzini 9 a 1, e il gol nerazzurro, su rigore, lo fece Mazzola. Da lì, decollò. Sappiamo. Ricordo che il ragazzo Mazzola invitava a casa alcuni amici.

Un paio di volte c' ero anch' io. E ricordo che il racconto su Valentino scorreva, con particolari. Alla morte del padre Sandro aveva 7 anni, un' età buona per ricordare. Gli piaceva mostrare le fotografie col papà che lo teneva in braccio o gli faceva dare un calcio al pallone. Fra quelle immagini ce c' erano alcune dove con Mazzola appariva anche Coppi. Del resto, due così, come potevano non conoscersi, magari frequentarsi.

Dopo la premessa, Valentino Mazzola. Dopo una breve militanza nel Venezia, nel 1942 entrò nel Toro, che, casualmente, non perse più un campionato, con quel filotto leggendario di 5 titoli consecutivi. Il calciatore era tecnicamente completo, al massimo livello. Capace di salvare un gol sulla linea di porta, di dettare le geometrie del centrocampo, di partire in velocità sulle fasce e di offrire l' ultimo assist in area. Con qualcosa in più che non era un dettaglio, i gol.

Ne ha fatti 139, un numero da centravanti puro. Ed era ancora giovane. Secondo gli addetti era molto simile ad Alfredo Di Stefano, considerato, con Pelé, il più grande di tutti i tempi. Era amato e rispettato da tutti, in patria e altrove. Era uno uomo generoso. Quando era già famoso, emerse che, decenne, si era gettato nell' Adda per salvare un bambino, Andrea Bonomi, futuro calciatore del Milan. Era uomo lontano dalla mondanità. Se a quel tempo ci fossero stati selfie e social Valentino li avrebbe evitati. E certo la sua popolarità ne avrebbe fatto un soggetto da milioni di follower.

Alle 9.40 di quel mercoledì 4 maggio 1949 il trimotore Fiat G. 212 decolla da Lisbona, prende terra a Barcellona, riparte alle 14.50 destinazione aeroporto di Torino-Aeritalia. Comanda il tenente colonnello Meroni. A bordo l' intera squadra del Toro - che poi è, esattamente, la nazionale - che ha giocato un' amichevole col Benfica, accompagnata da dirigenti e tre noti giornalisti, Casalbore, Tosatti e Cavallero. Alle 17,03 l' aereo si schianta contro il terrapieno della basilica di Superga. Tutti i passeggeri finiscono schiacciati in pochi metri cubi.

di Pino Farinotti

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