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Jannik Sinner, cosa c'è dietro la resa a Djokovic: ora è allarme

di Carlo Galati sabato 31 gennaio 2026

3' di lettura

Non sempre una semifinale basta a spiegare un torneo. A volte ne servono due, entrambe portate al limite, per raccontare il senso profondo di questo Australian Open. È stata consegnata alla storia una giornata che va oltre il risultato: Novak Djokovic che batte Jannik Sinner dopo quattro ore di battaglia totale e Carlos Alcaraz che sopravvive a cinque ore e mezza con Alexander Zverev. Due partite diverse, unite dalla stessa sostanza: la resilienza. E da una verità che il tennis ribadisce senza sconti, con i grandissimi non basta giocare bene, serve scegliere il momento giusto. Il cuore di questa giornata resta la semifinale persa da Sinner, una sconfitta che pesa più per come è arrivata che per il punteggio finale. 

Alla vigilia, dopo quanto visto contro Lorenzo Musetti, in pochi avrebbero immaginato un Djokovic capace di sostenere questo livello per oltre quattro ore. E invece il 24 volte campione Slam ha ribadito, ancora una volta, perché i tornei del Grande Slam restano il suo territorio naturale, superando il numero due del mondo per 3-6 6-3 4-6 6-4 6-4 in 4 ore e 9 minuti. Il punteggio racconta un equilibrio quasi perfetto, spezzato solo nei dettagli. Dettagli che per Sinner diventano rimpianto: 16 palle break non sfruttate complessivamente, 8 soltanto nel quinto set. Non c’è stato un passaggio netto in cui la partita gli è scivolata via, come ha spiegato lo stesso azzurro in conferenza stampa: «Non c’è stato un momento preciso. Ho avuto le mie occasioni, molte palle break, non sono riuscito a sfruttarle. Lui ha tirato fuori colpi fantastici».

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I NUMERI NON BASTANO
Sinner ha spesso comandato gli scambi, ha vinto più punti complessivi del suo avversario e ha mantenuto un livello altissimo per tutta la durata dell’incontro, ma con Djokovic questo non basta. Il serbo ha accettato di soffrire, ha gestito i tempi, ha alzato il rendimento nei punti che contano davvero. È lì che si misura la distanza tra chi costruisce e chi finalizza. «Ha vinto 24 tornei Slam. Non mi sorprende il suo livello, perché penso che sia il giocatore più grande da molti, molti anni», ha riconosciuto Sinner. «Spero di prenderla come una lezione, per vedere cosa posso migliorare».

Il dolore è evidente e dichiarato senza filtri: «Molto. È stato uno Slam molto importante per me. Ho avuto molte occasioni e non sono riuscito a sfruttarle. Fa male, di sicuro». Anche davanti alle otto palle break del quinto set, l’analisi resta cruda e onesta: «Nella maggior parte delle volte ha servito molto bene. Ho sbagliato i colpi, può succedere. Questo è il tennis». Si ferma così il sogno del tris a Melbourne e si interrompe una lunga striscia vincente, ma non si ridimensiona il percorso, che continua.

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A completare una giornata destinata a restare nella memoria collettiva c’è poi l’altra semifinale, altrettanto epica. Carlos Alcaraz ha battuto Alexander Zverev dopo cinque ore e ventisette minuti di battaglia feroce, resistendo a crampi, cali fisici e a un match che sembrava scivolargli via. Una vittoria di nervi e di istinto che gli vale la prima finale all’Australian Open e la possibilità di completare il Career Grand Slam a soli 22 anni. Con questo risultato, il divario in classifica tra Alcaraz e Sinner sale a 2650 punti, che potrebbero diventare 3350 in caso di vittoria in finale dello spagnolo. Nessun dramma: la strada che attraversa la stagione è ancora lunga, il percorso appena iniziato.

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