Il volto diceva più di qualsiasi analisi tecnica. Quando Jannik Sinner si è presentato in conferenza stampa dopo la semifinale degli Australian Open, persa al quinto set contro Novak Djokovic, l’immagine era quella di un giocatore profondamente segnato. Occhi rossi, sguardo fisso, il volto tirato come se la partita non fosse ancora finita davvero. Non solo stanchezza fisica, ma uno choc emotivo difficile da mascherare.
Sinner è apparso provato, quasi frastornato da un epilogo che fino a poche ore prima sembrava impossibile. La tensione accumulata in oltre quattro ore di battaglia, le occasioni scivolate via, la sensazione di avere avuto il match tra le mani e di averlo visto sfuggire nei momenti decisivi: tutto sembrava riflettersi nei tratti del suo viso. Non c’era rabbia plateale, piuttosto incredulità, come se stesse ancora cercando di rimettere in ordine quanto accaduto in campo.
Il fisico asciutto e allenato dell’azzurro non tradiva cedimenti, ma lo sguardo sì. Era quello di chi ha appena scoperto quanto sottile possa essere il confine tra il dominio e la sconfitta, soprattutto contro un avversario capace di trasformarsi quando conta davvero. In quella sala stampa, più che un ko, si è vista la prima vera ferita di un campione che sta imparando, a sue spese, cosa significhi perdere contro una leggenda nel pieno di una resurrezione sportiva.