L’Italia è un popolo di santi, poeti e navigatori. Ma, lo scopriamo in questi giorni, anche di sciatori e tennisti, di rugbisti e schermitori, di atleti e persino di piloti. Di calciatori no, o almeno non ne siamo più sicuri visto che ci avviciniamo alla partita di spareggio mondiale contro l’Irlanda del Nord in preda a un’ansia crescente di prestazione. Il terzo ko sarebbe delittuoso, ma c’è quel vecchio detto del «non c’è il due senza il tre» che ci porta a toccare tutto il toccabile. Necessario, a questo punto, una riflessione poche ore dopo un weekend sulla neve che è stato l’esempio concreto di come, nello sport, le cose si possono fare bene, con intelligenza e lungimiranza e non con donchisciottesco dilettantismo. La Fisi, la federazione italiana che gestisce gli sport invernali, sta festeggiando vittorie in serie in questo 2026, dalle incredibili Olimpiadi bianche di Milano-Cortina, dove l’Italia ha ottenuto risultati eclatanti e insperati, sino alle finali di Coppa del Mondo nella lontana Norvegia.
A Lillehammer gli azzurri e le azzurre hanno firmato tra sabato e domenica imprese leggendarie: Sofia Goggia ha vinto il supergigante e la coppa di specialità. Solo 24 ore prima Laura Pirovano aveva fatto lo stesso in discesa libera mentre Dominik Paris, il campione rock, ha firmato a quasi 37 anni una clamorosa doppietta libera+supergigante. Senza dimenticare che la signora di Olimpia, Federica Brignone, dopo aver vinto i due ori a Cortina, ha saltato queste finali norvegesi di coppa solo per ritrovare una decente salute fisica dopo il tremendo crack al ginocchio che ne aveva messo in forse addirittura l’integrità fisica.
La nave va, quindi. Lo sci funziona, i nostri ragazzi e le nostre ragazze trionfano perché è il movimento che gira al meglio, fa crescere talenti, genera campioni. Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti: gli allenatori sono quelli giusti, la preparazione è scientifica e i vari Paris e Goggia, Pirovano e Brignone non sono nati per caso. Nello sci e così anche nel tennis dove quattro italiani figurano nei primi venti giocatori dell’Atp, una decina è nella Top 100 tutti dietro a Jannik Sinner, il pifferaio magico del movimento. Skiman e coach personali, poi, fanno il resto. L’atletica sta intraprendendo anch’essa la strada giusta, laddove istruttori preparati e ben selezionati dalla Fidal fanno fiorire i campioncini. La medicina di questi trionfi in serie in vari sport è la solita: i vivai vengono coltivati con pazienza, gli atleti sono supportati da staff tecnici di qualità e, nel caso di tennis e sci, supportati da persone che sanno lavorare sciolina e racchette, da skiman e coach che sono bravi nel crescere i vari Paris o Musetti, Pirovano o Cobolli. E poi c’è il discorso, fondamentale, legato alla preparazione fisica che, sulle nevi, si sta dimostrando di primo livello grazie anche agli stessi atleti che osservano regole di comportamento da veri professionisti, nella preparazione quotidiana e nell’alimentazione.
Chi sgarra, non vince. La cosiddetta «scuola italiana» che sino a una quindicina di anni fa regalava calciatori di grande qualità - basta pensare a Totti o de Piero - si sta imponendo nello sci e nel tennis e arrivano i risultati di un lavoro federale fatto bene, con serietà e osservanza delle elementari norme del far bene. Esattamente tutto quello che manca nelle scuole e nei vivai del calcio dove la tattica e la strategia viene imposta da allenatori che non sanno più come istruire e costruire un altro Baggio. E per questo, da qui a giovedì, salirà l’ansia di cui parlavamo.