Sembra il giorno della Marmotta, che si ripete, si ripete e si ripete sempre alla stessa maniera e ogni santa volta moltiplica stucchevoli frasi fatte. Per dire, rispetto all’ennesimo fallimento azzurro da più parti c’è chi scrive: «Ma dove vogliamo andare se poi in Serie A abbiamo un club, il Como, composto unicamente da giocatori stranieri». E come sempre commettiamo un enorme errore di pressapochismo che, guarda un po’, descrive perfettamente il nostro essere mediocri. Fabregas punta su giocatori stranieri perché a parità di prezzo non trova profili italiani “già pronti” e in grado di giocare un certo tipo di calcio (nello specifico, quello tecnico e ambiziosissimo del tecnico spagnolo).
Lo ha spiegato mille volte, ma evidentemente nessuno lo ha davvero ascoltato. Rispetto a questa mancanza a Como cosa fanno? Se ne fottono come, tra l’altro, sarebbero liberi di fare (non tocca ai club risolvere i problemi del Palazzo)? No, parallelamente provano a impostare un altro modello di gestione che dovrebbe illuminare i nostri reggenti: quello della formazione dei giovani, cresciuti secondo uno specifico stile di gioco. De Paoli (2008), Pisati (2009), Albini (2009), Bonsignori-Goggi (2007), Baralla (2008)... sono solo alcuni dei talenti italiani comprati negli ultimi mesi dai lariani e allenati perché diventino, nel medio periodo, giocatori buoni per la prima squadra.
Il Como, il giorno dopo la disfatta azzurra, viene scioccamente osteggiato («son tutti stranieri...») quando, al contrario, dovrebbe essere preso ad esempio come “modello da cui ripartire”. Ma il fatto è che non abbiamo abbastanza tempo o voglia per comprenderlo e, magari, scopiazzarlo. La verità è che, calcisticamente parlando, nel nostro Bel Paese siamo pigri e tremendamente superficiali, esattamente il motivo per cui da anni falliamo come sistema.