Adriano Panatta, simbolo del tennis italiano e ultimo vincitore azzurro agli Internazionali di Roma, rischia clamorosamente di non essere presente al torneo capitolino, a quasi cinquant’anni dal suo storico trionfo del 1976. Il motivo è semplice quanto sorprendente: nessuno lo ha invitato. È lo stesso ex campione a sottolinearlo: "Io non ho ricevuto nessun invito. Però mi è arrivato quello di Parigi, come sempre: lo fanno con i campioni del Roland Garros e i francesi della Davis". Un contrasto netto tra il riconoscimento internazionale e la dimenticanza in casa propria.
Panatta non nasconde un certo distacco: "A Roma mancano due settimane, magari ci ripensano: facciano come gli pare". Panatta poi ricorda anche con amarezza la sua ultima apparizione al Centrale, "una decina di anni fa", quando fu celebrato in uno stadio vuoto: "Lo stadio era deserto, erano andati tutti a mangiare. È stato abbastanza triste". Le celebrazioni, ammette, gli provocano anche disagio: "E poi, le ricorrenze mi mettono l’ansia".
Nonostante il piccolo disguido, Panatta commenta il presente del tennis italiano, lodando Sinner, Berrettini e Musetti e sottolineando il ruolo fondamentale degli allenatori. Riflette sulla carriera e sulla pressione mentale, citando Borg e augurandosi che Sinner possa superare i limiti dei grandi del passato.
Infine, confronta epoche diverse: i tennisti di oggi, secondo lui, vivono isolati e poco coinvolti nella realtà del mondo. Chiude con una nota nostalgica: "Alla fine tutto finisce, un giorno finiranno anche Jannik e Carlos". Tuttavia, il punto centrale resta l’assenza di un invito che pesa più di qualsiasi celebrazione.