Eddy Merckx resta un leone anche a 81 anni. Dopo aver dominato 525 corse, tra cui 5 Tour e 5 Giri d’Italia, la Vuelta, 3 Mondiali, 7 Milano-Sanremo, 5 Liegi, 3 Roubaix, 2 Fiandre e 2 Lombardia, oltre ad aver frantumato il record dell’ora, colui che definirono il Cannibale si sta rialzando dopo l’ennesimo guaio fisico.
Eddy, come sta?
«Ora meglio, mi sto riprendendo da un’operazione all’anca. L’ennesima. Non sono ancora risalito su una bicicletta ma lo farò presto».
Questo è lo spirito che l’ha fatto diventare il ciclista più celebre di tutti i tempi.
«Una volta il mio amico Gianpaolo Ormezzano, disse: Eddy è stato il più forte di tutti ma il più grande resta Fausto Coppi».
E Pogacar, dove lo mettiamo?
«Super. Mi fa impazzire, quando parte sembra una motocicletta e gli faccio i complimenti del caso per il recente trionfo al tour».
Taluni sostengono: è meglio di Merckx.
«Impossibile fare certi paragoni, questo è un ciclismo diverso con biciclette spaziali rispetto a quelle dei miei tempi, con metodi di preparazione nuovi e strategie particolari».
Il gioco è sempre lo stesso: Pelè o Maradona, Sinner o Borg, Agostini o Marquez? Ma la vostra risposta è sempre la stessa: impossibile fare certi confronti.
«È così. Non sopporto questi paragoni anche se voi giornalisti ci sguazzate. Pogacar fa spavento, il suo dominio è totale. Però...».
Prego.
«Il sottoscritto correva in anni difficilissimi. Nei grandi giri aveva come rivali Gimondi in Italia e Fuente o Ocana al Tour. Pogacar va sul velluto in fatto di avversari».
Anche nelle classiche lei sfidava certi satanassi.
«Si chiamavano De Vlaeminck e Gimondi, Motta e Bitossi, Maertens e il giovane Moser».
I rivali di Pogacar non hanno tale lignaggio.
«L’unico che può dargli fastidio è Evenepoel, a cronometro può batterlo. Ma la forza e la progressione dello sloveno in salita è impressionante. Lo ammiro sinceramente ma non chiedetemi più se è più forte del sottoscritto».
Ogni epoca ha i suoi campioni.
«E ogni campione ha i suoi rivali, ecco».
Intravvede possibili avversari di Pogacar?
«Promette benino Paul Seixas, il francese di 19 anni. È un buon passista scalatore».
Il ciclismo italiano è in piena crisi, invece...
«Mi piace Milan, diverso da Felice ma in grado di vincere le classiche».
Facciamo un tuffo nel passato: quali trofei del suo illustre passato lucida più volentieri?
«La coppa del 1° Tour vinta nel ’69, erano 30 anni che un belga non trionfava a Parigi. E poi in ufficio tengo una pietra del pavé della Parigi-Roubaix, esempio di sofferenza e gioia».
La gara che non potrà mai dimenticare?
«La tappa del Giro ’68 sulle Tre Cime di Lavaredo. Vinsi fra la neve col gruppo che si batteva unito contro il sottoscritto. Come sempre».
L’anno d’oro?
«Il ’74: reduce da una delicata operazione vinsi Giro, Tour e mondiale».
Il giorno più triste?
«Giro ’67, mi squalificarono a Savona perché venne trovata una sostanza proibita nella prima analisi, sostanza poi scomparsa nel secondo controllo fatto subito dopo».
La ricordiamo piangente al microfono di De Zan.
«Fui incastrato, ero in maglia rosa con un grande e rassicurante vantaggio. Che bisogno avrei avuto di doparmi?».
La maglia passò a Gimondi.
«Rivale serio e vero amico: rifiutò. Mi manca».
La missione impossibile che lei rese possibile?
«Il record dell’ora nel ’72 a Città del Messico. Il limite del danese Ole Ritter era diventata la mia fissazione. Quell’anno avevo vinto tutto e tentai il record senza una preparazione specifica come Moser nel ’84. Centrai il record con 49,432 km e, stremato, urlai: mai più!».
Da questi racconti sale una convinzione: Pogacar o non Pogacar, il Cannibale era uno solo.
«Se lo dice lei».
Buona vita, campionissimo.