Fatti il ct e il dt (e quasi pure il team manager che sarà Oriali e il “terzo uomo” che dovrebbe essere Zola), ora bisogna fare la Nazionale. O meglio, bisogna rifare la Nazionale a immagine e somiglianza di Roberto Mancini che adotterà una gestione delle risorse identica al 2018-2023. Quindi cercherà di creare subito una spina dorsale di leader che parta da Donnarumma e Barella per abbinarla al lancio di qualche giovane che ancora non è titolare nei club, sul modello-Zaniolo (riuscito) e Pafundi (non riuscito). Quindi bisogna aspettarsi, a ogni giro di convocazioni, almeno uno slot dedicato al “laboratorio manciniano”.
L’impianto di gioco conta, il ct ha chiarito anche questo aspetto in conferenza e non è certo cosa da poco: in Nazionale è difficile costruire sistemi fluidi, Spalletti ad esempio vi si era schiantato. E non è il caso di auto-smentire le proprie convinzioni, come ha fatto Gattuso che giurava di non voler giocare a tre in difesa ma poi si è presentato con il 3-5-2 ai playoff. La Spagna, esempio da seguire, non deroga dal 4-3-3 che evolve in un 4-2-3-1 con lo spostarsi di Olmo sulla trequarti, e così sarà la nuova Italia. Mancini ha detto che «i centravanti ci sono, e pure le ali», lasciando intendere che nella sua testa c’è il ritorno al tridente offensivo: addio, quindi, al doppio centravanti e al 3-5-2, mentre il 4-4-2 lo vedremo solo in caso di emergenza nei finali di partita. Ne consegue che il grande rebus tattico da risolvere sono i terzini: Dimarco e Palestra, abituati a giocare da quinti, andranno convinti a qualche sforzo difensivo in più, come Spinazzola durante l’Europeo 2021. Le alternative non mancano: Calafiori che gioca lì nell’Arsenal, Bartesaghi è più un terzino che non un quinto, Ahanor e Bernasconi che si divideranno il ruolo nell’Atalanta di Sarri. A destra è pronto Kayode.
Impossibile invece l’impiego di Dimarco come ala: in quel ruolo Mancini vorrà un’ala destra come Cacciamani o Elimoghale, 17enne in rampa di lancio nella Juventus Primavera o un attaccante come Kean o Ekhator. Davanti l’attacco sarà “componibile”, con un centravanti vero come Esposito o Camarda, uno di quelli destinati al lancio precoce, da rifornire con ali “da cross” o con trequartisti che rientrano e si appoggiano. Loro sono la firma di Mancini. Quindi strada spianata a Vergara, Liberali, Inacio, lo stesso Pafundi, per finire a Della Rovere che si sta allenando con il Bayern Monaco. Dietro, Bastoni giocherà centrale e Calafiori sarà l’alternativa. Uno o l’altro, su questo Mancini difficilmente cascherà, sapendo che è l’equivoco che ci è costato il flop Europeo e un Mondiale. A destra si aspetterà Leoni, nel frattempo si godrà dell’addestramento di Sarri su Scalvini. I nuovi nomi non mancano e a fornirli è la Bundesliga: Reggiani, Mane, Chiarodia, già pilastri dell’Under 21 di Baldini.
Difficilmente rivedremo Gianluca Mancini e Gatti, così come Politano e Zaccagni, fedelissimi di Gattuso ma mai nelle grazie del nuovo-vecchio ct. Non cambierà l’impianto di gioco ma, senza Jorginho e Verratti, per forza di cose sarà un’Italia più diretta. Possibile vedere Tonali in regia nell’attesa che un regista puro cresca, e ce ne sono di talentuosi, soprattutto a Como, vedi quel Riccardo Cassano che ha esordito poco fa. Follia? Per Mancini no. Lo ha detto che «se uno a 18 anni è bravo, può giocare». Lo ha fatto in passato e dovrà continuare a farlo per dare un senso al suo ritorno e alla nuova Italia.