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Crollo Djokovic: padre tempo stende anche i re

di Daniele Dell'Orco martedì 1 settembre 2026

2' di lettura

Il corpo è una macchina perfida che tace per decenni, assecondando l’illusione dell’immortalità, prima di presentare il conto tutto insieme, in una calda notte di fine estate a New York. Per vent’anni Novak Djokovic ha trasformato il suo fisico in un tempio e il tennis in una pura questione di controllo ascetico, piegando la materia, le traiettorie e il tempo stesso alla forza immacolata della sua volontà. Poi, all’improvviso, il crollo. A trentanove anni, l’uomo che non cadeva mai si è scoperto fragile, terreno, drammaticamente umano. La sconfitta al primo turno degli US Open contro l’argentino n.49 al mondo Mariano Navone (7-6, 5-7, 4-6, 6-2, 6-1) ha il sapore amaro di un’epifania dolorosa. Quattro ore e trentasei minuti di agonia metodica, in cui il campione ha visto disgregarsi pezzo dopo pezzo l’armatura che lo aveva reso invincibile. Sotto gli occhi pietrificati e preoccupati della moglie Jelena, lo spettacoloso atleta serbo si è trasformato in una figura tragica.

Ha dato di stomaco, ha cercato aria in un inalatore e ha chiesto l’aiuto del fisioterapista. È una scena che ha in sé qualcosa di sacrilego per chi ha amato, o temuto, la sua inflessibile perfezione. Il match, in fondo, si è spento alla fine del terzo set, strappato con l'ultimo barlume di orgoglio. Da lì in poi, travolto dai crampi alla gamba sinistra e sommerso da 70 errori gratuiti, Djokovic è diventato l’ombra di se stesso. Ben oltre la rabbia di chi perde, Nole, la tigre, aveva gli occhi malinconici di chi sta acquisendo la consapevolezza devastante della propria certezza sgretolarsi per sempre. Per trovare un suo ko all’esordio in uno Slam bisognava risalire al 2006. Vent’anni fa, un’era geologica.

Oggi quell’incredibile parabola si specchia in una sala stampa illuminata da una luce spietata, dove Djokovic consegna al microfono un’ammissione che suona come una resa: «È stata una sensazione terribile. Convivo con questa situazione praticamente in ogni match quest’anno: vomitare, dare di stomaco, è un problema serio. Il mio corpo comincia a collassare tra crampi e dolori». Non c’è retorica nel suo sconcerto, solo la presa d’atto che la macchina s’è inceppata. E quando gli si chiede del domani, la risposta sospesa ferisce più di una sconfitta: «Devo capire cosa sta succedendo e quanto posso andare avanti in questo modo». Uscirà dalla top ten dopo otto anni. Il tennis, sport solitario per eccellenza, non concede molte passerelle mitopoietiche: più spesso di quanto si pensi ti lascia lì, nudo, di fronte alla tua fine, a contare i resti di un’epopea che tutti avvertono come terminata. Tranne te.

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novak djokovic

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