Dopo sette giornate di campionato, la Juventus di Spalletti ha un punto in meno rispetto a quella di Tudor, due in meno della versione di Thiago Motta, tre in meno dell’ultima di Allegri. I punti attuali sono inferiori ma la media complessiva in campionato, escludendo quindi le coppe europee, è ancora più alta rispetto ai tre predecessori, a conferma del fatto che Spalletti ha ancora margine e credibilità, ma anche di contro che la sua Juventus è in calo. Luciano con i suoi 1.81 punti a partita su un campione di 36 gare, quasi un intero campionato, sta scivolando verso l’1.79 di Thiago Motta e l’1.76 di Tudor, andamenti che erano costati a entrambi l’esonero. E poi c’è l’effetto collaterale, ovvero che questo diventa tutto materiale buono per i tifosi che chiedono a voce sempre più alta il ritorno di Antonio Conte, di casa a Torino e alla ricerca, lo ha detto lui, di «un club che ha un po’ perso di vista la propria storia».
Carnevali mantiene la fiducia in Spalletti anche perché Spalletti a sua volta è convinto di poter rimettere in moto la macchina. Ma stavolta non l’ha espressa pubblicamente. Forse inizia a esserci una certa urgenza e pressione interna: Carnevali sa di non essere più al Sassuolo e di non poter difendere a oltranza un allenatore che non tiene la Juventus quantomeno in zona Champions, dopo l’ennesimo aumento di capitale sostanzioso da parte di Exor. John Elkann è negli Usa ma il contatto con l’ad è molto più frequente rispetto a quanto accadeva con Comolli - che peraltro ieri, a sorpresa, è stato annunciato come nuovo presidente e ad del Pisa, un discreto passo indietro rispetto alla Juventus, con tutto il rispetto per il club toscano.
C’è anche la mano di Comolli in questa Juventus che sul campo mostra una dimensione minore rispetto a quella percepita sia dai dirigenti sia dai giocatori. Lo suggeriscono tante piccole cose, dalla furia di Conceiçao per la sostituzione a Vigo alle frasi di Bremer dopo il crollo contro la Lazio: ognuno cerca di salvare la propria faccia togliendo la maschera agli altri. In tutto ciò è evidente il tentativo di Luciano Spalletti di tenere unito un gruppo che non ha le qualità morali (i leader) e tecniche (i fuoriclasse) per essere un insieme di singoli. Spalletti ha subito ripreso Bremer per la frase concessa a Sky Sport, sottolineando che «prima di dire qualcosa agli altri bisogna guardarsi dentro» e «anche lui è dentro alla prestazione fino al collo». Giustissimo. Da manuale, l’allenatore che difende il gruppo dall’attacco del singolo. Ma dopo averlo fatto, Spalletti poteva alimentare la scintilla a suo vantaggio perché la Juve ha un estremo bisogno di rompere la fastidiosa sensazione di calma piatta e disinteresse collettivo, anche a costo di tirare fuori litigi, contrasti, emozioni negative.
SCELTA
È andato anche Vicario a parlare a Dazn e lo ha fatto con più cognizione di causa, ma la scelta completa il quadro: se uno degli ultimi arrivati deve andare a fare il leader ai microfoni, vuol dire che il gruppo ne è drammaticamente privo. Anche il gioco contribuisce al paradosso in cui la Juventus è incastrata: da una parte gonfia l’ego dei giocatori, dall’altra provoca frustrazione. La Signora è infatti prima in A per tocchi nel terzo di campo offensivo ma è ultima per tiri da dentro l’area di rigore. Il gioco c’è ma arriva fino all’area di rigore, poi tocca ai giocatori mettere una personalità da Juventus. Lì spesso svaniscono, così accumulano frustrazione e la sfogano in modo ingenuo e sguaiato come Conceiçao o Bremer. Spalletti si sta mettendo in discussione: «La squadra mi segue? Fino a ieri avrei detto sì, oggi non lo so. Penso di sì, ma devo ripensare a quello che ho fatto». Lo stanno facendo i dirigenti che in questi anni hanno costruito una rosa sgangherata? E i calciatori che giocano a fare i leader?