Indignati a targhe alterne

Prodi e Napolitano? La sinistra premiò chi affondò i migranti

Pietro Senaldi

"L'opposizione chiede ogni giorno le dimissioni di un ministro diverso. Non fa più notizia". Con queste parole Giorgia Meloni ha liquidato le voci che volevano Matteo Piantedosi in difficoltà a causa del pressing della sinistra, che da sei giorni mette in croce il titolare del Viminale per le sue dichiarazioni sulla scarsa responsabilità dei profughi che si imbarcano in condizioni disperate, consegnando agli scafisti il destino dei loro figli. Il responsabile dell’Interno riferirà alle Camere il 7 e l’8 marzo sul naufragio di Cutro, dopo aver dovuto chiarire a metà settimana in Parlamento il significato delle sue frasi, tese a scoraggiare le partenze e interpretate dalla sinistra come una condanna morale dei profughi. È stata il nuovo leader del Pd, Elly Schlein a incalzarlo, chiedendogli di lasciare, e provocando la richiesta del governo e di Fratelli d’Italia al ministro di fugare ogni dubbio sul naufragio.

Con la blindatura del premier, Piantedosi potrà affrontare la sua due giorni con una relativa tranquillità, ma è soprattutto la storia a venirgli in soccorso. L’unica vera tragedia in mare nella storia di cui lo Stato italiano fu ritenuto in qualche modo responsabile è infatti l’affondamento, nel marzo 1997, della motovedetta albanese “Quattro in rada”, speronata nel Canale di Otranto dalla corvetta “Sibilia” della Marina Militare italiana.

 

Nell’incidente, tra morti e dispersi, ci furono oltre cento vittime. La magistratura individuò i responsabili nei capitani delle due imbarcazioni, quello albanese per non aver seguito le indicazioni del nostro comandante e aver effettuato manovre scorrette, e quello italiano per aver provocato l’affondamento, opponendosi troppo energicamente al tentativo di forzare il blocco da parte dell’altra nave. L’Alto Commissariato dell’Onu però andò oltre e stabilì che anche il nostro Stato, quindi il nostro governo, aveva delle colpe, avendo attuato un blocco illegale.

LO SPERONAMENTO
È intuitivo che mentre lo speronamento del 1997 era del tutto evitabile ed è stato frutto di comportamenti volontari e avventati, il mancato salvataggio di domenica scorsa non è stato un atto doloso ma la conseguenza di tragiche circostanze. In particolare: 1) quando Frontex avvistò la nave, essa non era in pericolo; 2) la Guardia di Finanza la cercò non per soccorrerla, visto che il mare era ancora calmo, ma per fare un’operazione di polizia e, non trovandola, è ritornata in porto; 3) la Guardia Costiera, in grado di effettuare il salvataggio, è stata avvisata solo quando le condizioni meteorologiche erano peggiorate, quindi troppo tardi; 4) Guardia di Finanza e Guardia Costiera non dipendono da Piantedosi e l’ultima circolare che regolamenta i salvataggi porta la firma dell’ex ministro del Pd Paola De Micheli, che corregge le circolari in materia del suo predecessore Toninelli e non è mai stata ritoccata da Salvini, attuale responsabile delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Ebbene, se lo Stato si comporterà con Piantedosi come si è comportato con chi comandava nel 1997, il ministro dell’Interno è atteso da un futuro luminoso. Ai tempi del naufragio della “Quattro in Rada” infatti al Viminale sedeva Giorgio Napolitano, poi premiato dalla sinistra con una doppia elezione a capo dello Stato, che ai tempi era un’eccezione. A Palazzo Chigi invece c’era Romano Prodi, che D’Alema e compagni mandarono a Bruxelles come presidente della Commissione Ue e poi ricandidarono premier come capo dell’Ulivo nel 2006. Insomma la storia insegna che, basta tenere duro per un po’ e poi tutto può accadere, se si hanno gli appoggi giusti, e soprattutto se si sta dalla parte sinistra della barricata.

 

DUE PESI DUE MISURE
Già, perché anche le parole hanno un peso diverso, a seconda di chi le pronuncia. In campagna elettorale, a una settimana dal voto, Carlo Calenda, il leader con il quale il Pd voleva allearsi per le Politiche, dichiarò che «bisogna bloccare le rotte di immigrazione illegale, che generano morti e riempiono i lager libici». Un’idea che peraltro è condivisa dal due volte parlamentare in quota Pd Pierferdinando Casini, il quale da presidente della Commissione Esteri del Senato invocò più volte il blocco navale per fermare i trafficanti al grido di «basta buonismo». 

E che dire di Fini? Il leader di destra più amato dalla sinistra, ospite fisso di Lucia Annunziata, sosteneva che «in certi casi è giusto sparare agli scafisti». Parole come pietre, per le quali nessuno ha mai chiesto le dimissioni. E pensare che, se Piantedosi si fosse limitato a frasi di circostanza per commentare la tragedia, nessuno potrebbe oggi processarlo, visto che la nave di profughi naufragata non ha seguito le rotte battute dalle navi delle ong, e quindi non poteva essere salvata dalle imbarcazioni umanitarie, e visto che nessuna operazione di soccorso è in capo al Viminale. Ma forse, tenere sulle spine il titolare dell’Interno fa comodo a molti.