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Di Giuseppe e il racket dei migranti: "Così hanno provato a comprarmi"

Fabio Rubini
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Ieri vi abbiamo raccontato del racket dei visti d’ingresso in Italia che coinvolge Pakistan, Bangladesh e Filippine. E di come questa organizzazione criminale abbia cercato di corrompere un deputato di Fratelli d’Italia, Andrea Di Giuseppe, con un bonus di 300mila euro per il disturbo e un mensile da 120mila euro per la sua opera di “mediazione” con gli uffici che rilasciano i visti. E ancora di come questi visti costino ai povericristi da 7mila euro per quelli turistici a 15mila per quelli di lavoro. Di Giuseppe, però, non si è limitato a declinare queste avances, male ha denunciate con tanto di registrazioni alla Guardia di Finanza. Dimostrando un senso dello Stato davvero encomiabile. Oggi l’abbiamo raggiunto al telefono per avere conferme e per provare a capirne di più, soprattutto sotto il profilo delle responsabilità politiche.

 

 

 

Onorevole Di Giuseppe, le sue denunce, svelate da Libero, sul racket dei visti d’ingresso in Italia stanno facendo rumore. Lei conferma quanto da noi ricostruito?
«È tutto vero. Ho fatto tre denunce in tempi diversi, tutte alla Guardia di Finanza. Anzi, mi lasci sfruttare questa occasione per ringraziare gli uomini della Gdf. Ho trovato autentici servitori dello Stato che mi sono stati sempre vicino, anche umanamente, soprattutto nei momenti più difficili».

Cosa ha pensato quando è stato approcciato per la prima volta al ristorante?
«Avevo due alternative. La prima: prendere a schiaffi quell’uomo e chiamare la polizia. La seconda: ingoiare il primo pensiero e provare a rendermi utile per fare chiarezza su questa vicenda. Perché vede, quello che mi è stato subito chiaro è che se si erano approcciati a me con tanta naturalezza voleva dire che quella rete è solida e molto più ampia da quando da me denunciato. Sono certo che questa vicenda è solo alla prima puntata...».
Onorevole dopo le denunce lei è stato minacciato più volte, a casa sua a Miami (di Giuseppe è stato eletto nella Circoscrizione America Settentrionale e Centrale) e a Roma mentre correva sul lungo Tevere. Sinceramente non si è mai chiesto “ma chi me l’ha fatto fare?”.
«Il fatto è che io non vivo di politica, faccio l’imprenditore e quando ho deciso di candidarmi l’ho fatto perché secondo me gli italiani hanno bisogno di esempi positivi da seguire. Io ho agito come quando parlo coi miei figli. Detto questo le dico con molta franchezza che se tornassi indietro rifarei tutto. Le minacce? Beh la speranza è che chi di dovere possa assicurarmi tranquillità, altrimenti provvederò per conto mio».

 

 

 

 

Che idea si è fatto di questa vicenda?
«Si parla spesso degli sbarchi, ma io credo che il fenomeno dei visti sia ancora più ampio. Diciamo con una proporzione di uno a dieci. Le dico questo perché stiamo parlando del Sud del mondo, una zona poverissima. Ci sono i disperati che per venire qui prendono una barca perché sono vicini alle coste e poi ci sono i disperati che sono troppo lontani per la barca e che arrivano in aereo con la complicità delle nostre unità diplomatiche. Che poi è la cosa più grave».

In che senso con la complicità delle «nostre unità diplomatiche»?
«Ma è evidente, scusi. I dati che avete pubblicato arrivano dalla Farnesina, mica da Di Giuseppe. E allora possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Che nessuno abbia guardato quei numeri con sospetto? L’ho detto anche alla Guardia di Finanza, i casi sono due: o c’è corruzione e allora servono le manette, oppure c’è incapacità e in quel caso è la politica che deve intervenire per sostituire persone evidentemente inadeguate al ruolo».

Secondo lei c’è una responsabilità della politica?
«Ovvio. Questa situazione è il risultato di una gestione inadeguata che in questi decenni è stata fatta dalla sinistra e poi dai Cinquestelle con Di Maio...».
Spieghiamo meglio...
«La situazione che ho denunciato è frutto di tre ordini di responsabilità che vanno corrette. Uno: la scelta del personale diplomatico che deve avere delle caratteristiche ben precise. Due: all’interno delle unità diplomatiche italiane va fatto training al personale e poi bisogna fare controlli serrati. Tutte cose che, evidentemente, non sono state fatte, altrimenti non saremmo in queste condizioni. Tre: bisogna rivedere tutto il sistema di controllo della Farnesina sulle unità diplomatiche italiane».

Secondo lei c’è anche un problema di come vengono usati i fondi dati alle unità diplomatiche? 
«C’è anche quello. Quando ero al Comites negli Usa ho bloccato progetti assurdi per milioni di euro. A questo proposito però mi lasci dire una cosa...». 
Prego... 
«Che ci sono ambasciatori e consoli che sanno fare il loro lavoro e spesso si sentono abbandonati dallo Stato italiano. Ecco la mia battaglia è anche per loro». 
Cosa farà adesso “politicamente” per risolvere il problema? 
«Ora che l’inchiesta è pubblica, chiederò conto alla Farnesina. Voglio sapere se c’è già un piano di riorganizzazione del corpo diplomatico o se c’è intenzione di approntarlo. In entrambi i casi chiederò di poter dire la mia. Lo devo agli italiani all’estero che rappresento». 
In conclusione c’è una cosa che l’ha colpita in questa vicenda dal punto di vista umano?  
«Il fatto che questi “nuovi scafisti” esattamente come gli altri lucrano sulla pelle dei disperati. Chi viene qui a lavorare con un visto falso deve pagare un pizzo del 25% a chili ha portati qui. E dietro, sia chiaro c’è la malavita italiana. Fermarli sarà la mia battaglia per i prossimi cinque anni».

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