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Complimenti per la trasmissione

La morte di Veronesi, persa nelle pieghe dei tiggì

La notizia della scomparsa dell'oncologo sommersa dall'elezioen di Trump

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
In morte di uno scienziato

Umberto Veronesi

Tutti pensavano che Umberto Veronesi fosse attraversato dal gentile soffio dell'immortalità. Lo pensava lui stesso.

«Ho avuto una vita avventurosa: sono saltato su una mina quando ero partigiano e ho anche rischiato di essere messo al muro dai fascisti. Ne sono uscito vaccinato e ottimista: sopravvivere alla guerra mi ha dato quasi una specie di certezza di invulnerabilità», raccontava col sorriso strizzato, in una delle tante interviste che bruciava nei pranzi spartani odiati dai suoi commensali. Tenaci deschi anticancro a base di consommé e verdure, niente lipidi, niente alcol, nè carne, né rimpianti per passato convulso, da romanzo di Balzac. Immortale per convinzione, l’Umberto. Era l’ultimo uomo ad aver attraversato indenne il Novecento. Per questo, ora, la notizia della sua morte spiazza. Si perd, televisivamente, nelle pieghe dei tg dedicati alla vittoria di Trump. Eppure Veronesi, milanese purosangue, classe' 25, «con gli statunitensi Fisher, Hagensen e Halsted uno dei quattro più grandi chirurghi oncologi del secolo», ha oggi stravolto i suoi -molti- fan e i -pochi - detrattori. Parlare del prof al passato è affondare nell’imbarazzo. Se ne potrebbe citare la sovraffollata famiglia di origine contadine; o i propri, numerosi figli di filiera biblica (l’ultimo nato quando aveva sessant’ anni, da una ricercatrice che ne aveva venti meno di lui) ; o la ricerca esercitata in ogni interstizio di vita; o le finestre di sonno -3/4 ore a notte- che gli consentivano «di creare piccoli spazi per i due settori che mi affascinano di più: poesia e teologia.

Sono un accanito lettore di poesie e confesso di scriverne di tanto in tanto anch’io, poi però le faccio sparire nei cassetti», per non dire delle citazioni di Emily Dickinson, o del cinemino settimanale o delle serate di prosa nelle gallerie milanesi tra San Babila e il Piccolo. Si potrebbe parlare del laicismo quasi confessionale dell’uomo («sono stati gli uomini a creare Dio più che Dio a creare l’uomo»); o di tutto il cotè della legalizzazione delle droghe leggere, dell’accettazione ma con riserva, dell’eutanasia;dell’ottimismo inesausto che insufflava in qualsiasi sua attività. E le attività erano parecchie. Per qualcuna, come quella politica, non ci era onestamente tagliato. Craxiano mai pentito, fu Ministro della Sanità del Governo Amato pure se, confessò a Massimo Gramellini, «parliamoci chiaro, come ministro non ho fatto un granché. Sì, ho avviato il progetto dell’ospedale ideale, non si può più andare avanti con stanze da dodici letti e un solo gabinetto, parenti ammessi un’ora al giorno neanche fosse l’ora d’aria... E ho dato più fondi alla ricerca, tutto qui». Tutto qui.

Non fece molto neanche, onestamente come senatore. O come presidente della Agenzia per la sicurezza nuclerae italiana, ruolo da cui si dimise in polemica con l’allora premiere Berlusconi. Pure se, politicamente, Veronesi era tutto tranne che ideologico. Ricordo quando, da sinistra, doveva sfidare Letizia Moratti nella candidatura a sindaco di Milano: ci pensò per alcune settimane, fu criticato dalla sinistra radicale per aver elogiato Albertini e Formigoni e rinunciò. Dal punto di vista dell’impegno civico, nel bene e nel male, Veronesi era inesauribile. Dove vedeva una battaglia, una polemica, un conflitto etico ci si buttava a pesce: legalizzazione della canapa, campagna pro ogm, lotta strenua alle tossine cancerogene della polenta e del basilico, difesa indomita del vegetarianesimo e della bioetica animale, sostegno alla pillola abortiva RU286 «il male minore», e al Protocollo di Kyoto. Appoggio incondizionato alle coppie omosex, adozioni comprese. L’uomo si proponeva come un manifesto vivente per un mondo migliore.

Per fermarlo lo dovevi abbattere. Ma la sua vera missione fu l’altra. Il giuramento di Ippocrate. Laureato in Medicina nel 1951, da subito all’Istituto nazionale tumori di Milano, dal 1976 al 1994 ne fu direttore scientifico. Dal maggio 1994 al settembre 2014 è stato fondatore e direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo). Incarico esercitato con una gentile tendenza all’accentramento monarchico. Mollò il colpo dal 26 aprile 2000 al 30 giugno 2001, quando fu ministro. Fondatore e primo presidente della European School of Oncology e dell’European Society of Mastology. Autore di centinaia di lavori scientifici, 13 lauree honoris causa, voleva un mondo di giovani vegetariani, poliglotti e laureati -il «diritto alla cultura»-. Prima cautamente agnoistico, divenne ateo: «Non siamo burattini nelle mani di una volontà superiore. Ognuno deve costruire la propria esistenza e responsabilizzarsi. Noi dobbiamo decidere il nostro progetto di vita. E, sì, anche di morte. Sono a favore del diritto di morire». Ha avuto anche in questo l’ultima parola...

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