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La carica

Brics, i Paesi emergenti preparano la conquista dell'alta finanza

Brics, i Paesi emergenti preparano la conquista dell'alta finanza

L’appuntamento non servirà a restituire il buonumore a Djlma Roussef, dopo la scoppola dei Mondiali. Ma l’incontro dei Brics (oltre Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) in programma tra martedì e mercoledì, prima a Fortaleza poi a Brasilia, promette di avere comunque una portata storica.
Nell’occasione, infatti, le potenze emergenti sceglieranno la sede della loro Banca (50 miliardi di capitali più un fondo di intervento di altri 100) che per la prima volta sfiderà l’egemonia americana nella finanza. L’esito del sorteggio sembra scontato: l’istituto avrà sede a Shanghai, né potrebbe essere altrimenti visto che buona parte dei capitali (41 miliardi di dollari) arrivano da Pechino. In realtà, a rallentare la nascita della banca già approvata nel vertice del 2012, sono stati i dissensi sugli equilibri azionari. Poi, però, a ridimensionare le pretese di alcuni partner ci ha pensato la crisi che ha favorito il maggior peso della Cina anche se una clausola prevede che, in caso di allargamento del capitale ad altri Paesi, i 5 Brics debbano controllare tutti assieme almeno il 55 per cento. Cionondimeno i proclami più bellicosi arrivano da Mosca, furente per l’embargo post Crimea. «La Banca dei Brics - si legge sul sito paraufficiale La voce della Russia - sfiderà l’egemonia finanziaria americana che condiziona il pianeta».

La Cina, per la verità, adotta toni ben più felpati. Ma le ambizioni di Pechino sono ben superiori. La Banca dei Brics, che finanzierà soprattutto le grandi infrastrutture, rientra a pieno titolo nella strategia che tende a fare di Shanghai il polo finanziario per eccellenza d’Asia, anche a danno dell’infedele Hong Kong. Per raggiungere l’obiettivo occorre moltiplicare il volume degli affari ed attrarre i potenziali clienti, pubblici e privati, nella convinzione, peraltro condivisibile, che la grande Cina, seconda potenza economica e gigante dell’export, dispone della materia prima essenziale, per una grande piazza finanziaria: il denaro. E così nell’attesa della Banca dei Brics, che comunque avrà una gestazione complessa, come sempre capita per le strutture internazionli, Ji Xingping ha già varato una seconda iniziativa targata in fase di decollo, solo Cina. La Banca Asiatica di Investimento che entrerà in concorrenza diretta con la Banca Asiatica di Sviluppo controllata dalla Banca Mondiale con il contributo del Giappone.

Il ministro delle Finanze Loi Jiwei, al momento dell’annuncio del progetto sei mesi fa, ha subito precisato che il nuovo istituto non intende entrare in competizione con l’istituto controllato da Washington e Tokyo, lo strumento che ha gestito la ripresa delle economie del Continente dopo la crisi asiatica dove la Cina conta solo il 5% del capitale contro il 32% di Usa e Giappone. Ma non ci ha creduto nessuno anche perché i vertici di Pechino hanno già invitato una ventina di Paesi, dal Vietnam alla Thailandia e all’India, ad entrare nel capitale, ma non hanno esteso l’invito al Sol Levante. E così cresce la preoccupazione americana: una Cina in grado di finanziare senza dover far ricorso agli strumenti del Fondo Monetario o di Wall Street, le grandi infrastrutture che lungo la via della Seta collegano il Paese del Drago ai tesori di gas e petrolio del Medio Oriente, rischia di far più paura della agguerrita flotta che veleggia nel mar Giallo.

di Ugo Bertone

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