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L’inchiesta

Uteri in affitto sul web a 20mila euro
I pm indagano le madri a ogni costo

Decine di italiani in Ucraina per la maternità «surrogata», qui vietata: organizza tutto un’agenzia in rete. Ma al rientro molte Procure contestano la validità dell’atto di nascita

Uteri in affitto sul web a 20mila euro 
I pm indagano le madri a ogni costo

 

Certo è che fa impressione. E non si tratta necessariamente di metterla sul piano dell’etica, ché qui si vorrebbe impostare un discorso del tutto laico - e nel senso più generale del termine. Ma insomma, ti connetti al sito internet mother-surrogate.com, selezioni l’opzione per la lingua italiana ed ecco, qui c’è tutto. Tutto su come e dove affittare un utero, appartenente a una donna che possa condurre e portare a termine la gravidanza al posto di un’altra che invece non è in grado. Una “madre surrogata”, così si definisce in termine algidamente tecnico  colei che presta il grembo a ospitare il bimbo altrui, precedentemente concepito con la fecondazione artificiale. Russia e Ucraina i Paesi di riferimento, essendo in Italia pratica vietata, e c’è anche il numero della clinica. E poi clicchi sulla parola “prezzi” ed ecco le tariffe, snocciolate a mo’ di listino, «2.890 euro da versare ai sensi del contratto da firmare con il Centro per la selezione di una madre surrogata dal database e la sua preparazione per il programma», e poi «6000 euro come risarcimento alla madre surrogata per l’intero periodo della gravidanza (10% alla conferma del fatto di gravidanza, il restante 90% dieci giorni prima della nascita)». Ed è tutto previsto, anche i «mille euro per i vestiti di maternità di una madre surrogata per l'intero periodo di gravidanza».  Il conto totale è poco oltre i 20mila, viaggi e alloggio esclusi.

Lista di donatrici

Se poi si desidera approfittare del pacchetto completo, allora si può eventualmente scegliere anche la donatrice dell’ovulo. La madre naturale, insomma.  Pure questa la si può scegliere a ragion veduta, nel senso che sul sito appaiono foto e caratteristiche fisiche di ognuna: c’è la trentenne alta uno e sessantacinque dai lineamenti orientali e capelli e occhi neri, la bionda slava bionda-occhi-azzurri che supera l’uno e ottanta. Un catalogo.

E lo sconcerto - bigotto? - provocato da tale fredda schematizzazione, da esercizio commerciale, si stempera passando nella sezione “recensioni”. E leggendo la gioia di chi è così riuscito a coronare il sogno, «vi ringraziamo immensamente per la possibilità che ci avete dato di essere genitori», «alla fine della nostra ansiosa e bellissima esperienza vogliamo ringraziarvi» - e il sospetto che possano essere fasulli, inseriti dagli stessi che gestiscono il sito, non cambia la sostanza, poiché non si fatica a immaginare commenti del genere espressi effettivamente da chi ci è passato sul serio.Il centro si chiama “Vita felice”.È la fabbrica dei bambini. 

E anche tu, sempre sospettoso rispetto all’etica troppo spesso presa a scusa per limitare la libertà altrui, non puoi fare a meno d’interrogarti. Nel senso: c’è un punto oltre il quale il desiderio  di maternità/paternità diventa insopportabilmente artificioso? Quali implicazioni può celare una pratica fecondativa che, per regalare l’immensa gioia, stravolge completamente il corso naturale delle cose, lo piega del tutto al proprio desiderio?  E come si potrà evitare il bieco sfruttamento, quello che magari fa leva sullo stato di bisogno delle donne che si prestano?

Tecnica controversa

Maternità surrogata, dicevamo. In genere succede questo: l’uomo deposita il seme, si rivolge a una banca che conserva ovuli femminili,  dispone la fecondazione. L’embrione che ne deriva viene impiantato nell’utero della “mamma in affitto” - termine antipatico ma non fuorviante, perché così è - e sarà lei a condurre fisicamente la gravidanza. Subito dopo la nascita, il neonato viene poi consegnato alla coppia che ha commissionato l’operazione, e infine registrato come figlio di quest’ultima. Una pratica in Italia vietata dalla legge 40, ma permessa in altri Paesi - e non si pensi solo a nazioni  considerate normativamente inadeguate, i pionieri della maternità surrogata sono stati gli Stati Uniti d’America. Resta il fatto che, proprio per via delle limitazioni imposte dalla normativa nazionale, sono sempre di più gli italiani che si rivolgono a centri esteri specializzati in questa tecnica certo controversa. Soprattutto in Russia e in Ucraina, come detto. Secondo una recente indagine dell’Osservatorio sul Turismo Procreativo (altra definizione inquietante, ma tant’è) condotta contattando 33 centri  in sette Paesi, «nel 2011 sono state almeno 32 le coppie italiane che hanno richiesto la maternità surrogata». Stima per difetto, e basta riferire la risposta d’una clinica statunitense: «Non possiamo dichiarare il numero esatto di coppie italiane che abbiamo seguito, ma abbiamo notato un aumento del 100 per cento».

Certificati irregolari

E però qualche problema giuridico esiste. Nel senso: sono diverse le inchieste aperte in svariate Procure italiane riguardanti casi del genere.  Una a Brescia andrà a processo fra poco più di un mese: coinvolge una coppia che secondo i magistrati ha affittato un utero a Kiev, in Ucraina, poi lì è volata in occasione del parto, ha registrato i due gemelli all’anagrafe del posto come regolarmente nati dalla loro unione - «durante un viaggio d’affari» - ed è poi rientrata. Naturalmente non prima d’aver disposto la comunicazione dell’atto di nascita al nostro Paese, che ha dunque recepito i bambini come figli naturali della coppia. Gli inquirenti hanno però accertato la corrispondenza del Dna dei piccoli solo con quello del padre ma non con quello della madre, e poi un versamento di 50mila euro della coppia stessa alla clinica di Kiev, e alcuni certificati medici falsi. Il reato ipotizzato è quello di alterazione di stato, in sostanza falsificazione di documenti, proprio perché il certificato di nascita dei bambini, redatto a Kiev, porta come madre naturale la signora italiana senza far cenno alla maternità surrogata. I pm bresciani si sono imbattuti in una trentina di casi del genere, e hanno trasmesso gli atti alle Procure competenti.

Anche a Trieste è emersa una vicenda pressoché uguale. La coppia  - sessantotto anni lei, cinquanta lui - per avere l’agognato pargolo nonostante l’età avanzata, s’è rivolta anch’essa al centro di Kiev, e anche loro sono rientrati con due gemelli. Ma il funzionario dell’anagrafe, leggendo l’atto di nascita ucraino, non l’ha ritenuto credibile: com’è possibile una gravidanza per una donna di quest’età? E via un’altra inchiesta.

Groviglio normativo

In questo senso, emblematica è un’altra storia, proveniente dal Catanese.  Dove a processo  si è già andati, e pure a sentenza. Anche in questo caso si tratta d’una coppia che non può avere figli - negli anni scorsi lei ha subìto l’asportazione dell’utero. La questione giudiziaria comincia come le altre: la coppia torna in Italia con un bambino proveniente da Kiev, la Polaria di Fiumicino s’accorge delle discrepanze e le segnala alle autorità siciliane. E se inizialmente i coniugi dichiarano che il parto sia stato effettivamente sostenuto dalla signora, poi l’avvocato  cambia strategia, invece sostenendo che quel certificato ucraino non sia falso. E questo poiché, visto che in quel Paese la maternità surrogata è permessa, è giuridicamente regolare che i due catanesi siano considerati i genitori del piccolo. Al termine dell’udienza preliminare è stato disposto il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste. Anche in base a un’altra vicenda veneziana: in quell’occasione fu  il pm stesso ad archiviare ancor prima di andare a dibattimento.

Come dire:  non esiste ancora un’univoca interpretazione giuridica per una faccenda maledettamente intricata. Groviglio di buoni sentimenti e  bieco utilitarismo, etica e codice penale, sincero desiderio di maternità e magari povertà o cinismo della donna che decide d’affittare il suo utero.

Proprio così, questa è la fabbrica dei bambini. Poi ognuno si faccia un’idea.

di Andrea Scaglia

 

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