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Odissea giudiziaria di un italiano all'estero

L'amico di Chico Forti
"L'ho visto piangere
solo una volta in 8 anni"

Accusato di un crimine mai commesso l'imprenditore italiano può vedere una sola persona: l'amico Roberto Fodde. Lo abbiamo intervistato

Per chiedere la liberazione di Chico, chiuso in un carcere americano dal 2008, è stato organizzato per il 12 gennaio prossimo un concerto. L'appello di Jovannotti, Fiorello e Red Ronnie
Chico Forti e l'amico Roberto Fodde

 

di Alessandro Dell’Orto

Chico Forti, 53 anni, è rinchiuso in carcere a Miami dal 2000. Accusato di un omicidio che non ha mai commesso. In questi giorni abbiamo raccontato la sua incredibile storia giudiziaria, abbiamo affrontato  i  drammatici aspetti umani della vicenda (attraverso l’intervista allo zio Gianni) e abbiamo dato voce agli appelli di personaggi famosi come Red Ronnie, Fiorello e Jovanotti. C’è una persona, però, una sola, che sente quotidianamente Chico al telefono. E che ogni settimana lo va a trovare, di persona, in carcere. È Roberto Fodde, 54 anni. Che in poco tempo è diventato uno dei suoi amici più cari.

Roberto Fodde, oggi ha già sentito Chico?

«Non ancora, mi può telefonare solo nel pomeriggio. Ci siamo parlati ieri e abbiamo commentato il messaggio di auguri che gli ha riservato a inizio anno Giulio Terzi, il ministro degli Esteri. “Cavolo - mi ha detto Chico - non me l’aspettavo ed è stata una sorpresa meravigliosa. Si muove qualcosa di ufficiale e questo è importantissimo”».

Ogni quanto vi parlate?

«Tutti i giorni. E vado a trovarlo in carcere ogni week end, una o due volte».

Da quanto dura la vostra amicizia?

«Io vivo qui a Miami dal 1993. Prima conoscevo Chico solo di fama per il windsurf, perché anche io ero un surfista (ma non così bravo...). Quando c’è stato l’omicidio i media locali hanno dato poco risalto al caso e io - come tutti quelli di qui - ho creduto a quanto raccontavano: che il colpevole fosse Chico».

Poi?

«Nel 2004 è venuto a Miami Vincenzo Baglione, un suo amico campione del mondo di vela che voleva approfondire il caso, e sono stato contattato per aiutarlo a sistemarsi. Ci siamo incontrati. L’ho aiuto a leggere gli atti processuali, visto che sono laureato in legge, e poco alla volta ho capito che c’era qualcosa di strano».

Quando il primo incontro con Enrico?

«L’ho sentito al telefono ed è scattato come un click. Nel 2005 sono andato a trovarlo in carcere: ci siamo guardati e abbracciati, era come se ci conoscessimo da sempre».

E siete diventati amici.

«Ho la residenza qui e il sabato e la domenica posso entrare senza bisogno di permessi speciali. Cosa che invece devono chiedere i familiari».

Quanto tempo può stare con lui?

«Dalle 8.30 alle 15. Pranziamo insieme. Chico prepara un “pastone” di cotoletta di pollo, tonno, cracker sbriciolati e insalata. Poi succhi di frutta, latte al cioccolato e gelato. Mangiamo e parliamo di tutto, mi aggiorna su come sta e cosa fa».

Appunto. Come è la sua vita in carcere?

«Da un anno è migliorata notevolmente. Prima - come ergastolano - era nell’ala di massima sicurezza e stava in una cella 4 metri per 3 con altre due persone, senza finestrelle, senza aria condizionata e senza riscaldamento. Poi ha ideato la scuola, insegna ed è considerato un detenuto modello. Così è stato trasferito nel girone di minima sicurezza, in uno stanzone di 50 posti letto, luce, finestre».

Qualità della vita più alta.

«E meno rischiosa. La galera è una jungla, se ti distrai e non hai alleati giusti ti rubano gli oggetti personali. Poi ci sono le gang, devi sempre stare attento a come ti muovi».

Qualche episodio inquietante?

«Appena arrivato in galera, nel 2000, Enrico voleva andare in palestra. Sulla porta l’hanno bloccato dei neri: “La gestiamo noi, tu non entri”. Chico ha insistito. Gli hanno risposto: “Tu non sei alla nostra altezza”. Ha ribattuto: “Sono pronto a sfidare chiunque”. Si è fatto avanti uno di loro alto due metri, con l’avambraccio grande come una mia coscia. “A cosa vuoi sfidarmi?”. “A braccio di ferro”».

Urca.

«Venti minuti di sudore e alla fine Chico ha vinto. Ha conquistato rispetto, stima ed è diventato loro amico. E quel ragazzone ogni volta che mi rivede mi racconta la storia ancora incredulo! Capito? Lì, se uno si fa vedere debole, è finito».

E Chico riesce sempre a essere forte?

«È positivo. Quando gli porto brutte notizie sa che fa? Mi guarda e dice: “Bene, andiamo avanti”».

L’ha mai visto piangere?

«In otto anni sarò stato da lui più di 200 volte. Solo una volta gli sono scese due lacrime, non ricordo perché».

Roberto, raccontiamo ancora il carcere. Altre situazioni che da fuori non si immaginano?

«Non ci sono soldi, ma c’è la regola del baratto. Con cibo o oggetti vari Chico, per esempio, riesce a farsi lavare gli indumenti senza mescolarli con quelli degli altri, così evita il rischio di malattie. Oppure è successo che per due scatole di tonno abbia comprato il posto in fila per telefonarmi».

Cioè?

«C’è un apparecchio ogni 50 persone, a volte l’attesa è infinita».

Quante telefonate può ricevere?

«Nessuna! Può solo chiamare lui, dalle 16 alle 22, me o i suoi figli. Ma dopo 15 minuti la linea cade automaticamente. A volte, se sto lavorando, per non perdere l’occasione lo lascio in viva voce così sente che faccio e ci facciamo compagnia».

La giornata tipo in carcere come è?

«Sveglia alle 5, colazione, scuola fino alle 15. A tutto questo però vanno aggiunti i conteggi».

Che sono?

«Cinque o sei volte al giorno i detenuti si devono mettere in fila per essere contati. Operazione che dura anche più di un’ora».

Chico può vedere la tv? Navigare in internet? Leggere posta?

«Ora c’è un televisore nello stanzone comune. Si può ascoltare solo la radio. Niente Internet, niente mail. Può ricevere posta cartacea, anche se negli ultimi mesi è stata bloccata. E può rispondere».

Roberto, parliamo meglio del vostro rapporto.

«Amicizia vera. Lui sa che non gli nascondo mai nulla, nemmeno le notizie peggiori. Nei nostri incontri parliamo di tutto. Lo aggiorno su quello che accade in Italia, è curioso di politica, sport, cultura. Sono convinto che se un giorno dovesse essere liberato tornerebbe a vivere in Italia».

Chico sa che personaggi famosi come Fiorello, Jovanotti e Red Ronnie stanno dalla sua parte? Perché ride?

«Qualche tempo fa dico a Enrico: “Stiamo cercando di contattare Jovanotti, potrebbe aiutarci”. Non sapeva chi fosse. Poi ha detto: “Chi, quello del rap?”, ricordando i suoi primissimi successi. Ora però si è rifatto e sa che è diventato importante: al telefono spesso gli faccio ascoltare le sue canzoni».

Roberto Fodde, sogna mai il giorno in cui Chico Forti verrà scarcerato?

«Spesso. Sarò lì ad aspettarlo. Ci abbracceremo e sarà come se non fosse successo nulla, andremo al mare a farci un bagno. Come se lui arrivasse da un lungo viaggio. Anzi, gli chiederò: “Chico, hai fatto buon viaggio?”. E lui mi risponderà: “Un po’ burrascoso, ma eccomi qui”».

 

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