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L'inchiesta di Libero

Sanità, la mappa degli sprechi Regione per Regione

Visite, esami di laboratorio, protesi: viaggio nel caos dei costi degli ospedali italiani

Sanità, la mappa degli sprechi Regione per Regione

Prezzo di un sondaggio gastrico in Campania: 6,02 euro. In Piemonte: 125,60. Una colonscopia in Campania: 82,63 euro. Stesso esame in Valle d’Aosta e il prezzo sale a 175 euro e 60 centesimi. Una terapia alla luce ultravioletta costa 1,55 euro in Toscana e 42 ad Aosta. Un esame di aortografia con liquido di contrasto a un cittadino di Genova o Perugia  costa 283 euro mentre a uno di Torino ben 650.  Sono le tariffe così come vengono fotografate dall’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Age.Na.S); differenziate per singola Regione al fine di calcolare i prezzi minimi e massimi che gravano sul sistema nazionale. Il punto di partenza per arrivare a poter imporre a tutte le strutture un costo standard per risparmiare miliardi, almeno una trentina, ogni anno. L’anno scorso il Tar del Lazio ha dato un primo stop al tentativo del governo Monti di applicare la spending review in tema sanitario. Poi ci sono le pressioni che arrivano da lobby e da interessi incrociati a rallentare un iter che però non sembra avere alternative. Il ministero ha recentemente individuato le cinque Regioni (Umbria, Emilia Romagna, Marche, Lombardia e Veneto) che dovranno concorrere alla definizione dei benchmark per i costi. Chiaramente ci vorrà tempo. E al momento solo pochissimi Enti, tra cui il Veneto, si sono autoimposti l’utilizzo dei parametri. Così continua ad accadere che una amniocentesi tardiva costi 61,95 euro in Toscana e quasi novanta in molte altre Regioni. Altri esempi? Per una visita ginecologica le donne che risiedono in Umbria se la cavano con poco più di 16 euro, mentre in Piemonte la tariffa subisce una vera e propria impennata e balza a 30 euro (82% in più).  Anche Altroconsumo nel 2010 si era cimentata nell’analisi delle prestazioni e aveva puntato il dito sui prelievi del sangue con discrasie fino al 1000%: si va dai 52 centesimi del Lazio ai 6 euro e 20 centesimi delle Marche, mentre in tutte le regioni costa tra i 2,06 euro e 3,25 euro. L’emocromo  va da 2,9 euro a Trento fino a 5,3 euro nel Friuli. Cercare il sangue occulto nelle feci richiede una tariffa di 79 centesimi in Campania e di 5,16 euro in Abruzzo. Trenta euro di differenza anche per una otturazione a un dente. Meno di 19 euro in Liguria e 48 in Emilia Romagna. «La Sanità è  il nodo più aggrovigliato che il federalismo deve tentare di sciogliere perché è molto complicato razionalizzare il funzionamento di strutture complesse», ha più volte ribadito Luca Antonini, presidente della commissione paritetica sul federalismo fiscale e attento osservatore delle dinamiche dei costi standard, « Federalismo vuol dire evitare che in ognuno dei cinque complessi ci sia la radiologia e non il posto per accogliere la gente che sta male». 


Domenica 18 agosto su Libero in edicola
la seconda parte dell'inchiesta: 
il magna magna dei ricoveri





 

In generale, la spesa standard servirebbe a responsabilizzare quelle sanità che sono governate male. Con la trasparenza dei numeri sarà più facile agli elettori attribuire le responsabilità politiche, «in modo che venga tolta l’aspettativa del ripiano statale», continua Antonini, «venga evidenziata la spesa della sanità attraverso certificazione e si crei una spinta sugli amministratori ad affrontare i processi che vengono evitati per non ingenerare scontri sindacali o altro». Quindi il presidente di Regione si troverebbe davanti all’alternativa di affrontare o i tagli o gli elettori. In Giappone i costi standard si applicano anche ai singoli Comuni. Il candidato sindaco ha l’obbligo di rispondere durante la campagna elettorale a quei cittadini che chiedono perché nel proprio comune si spenda troppo per la cancelleria o per le spese di manutenzione stradale. I Comuni limitrofi servono da confronto. Applicando lo stesso principio in Italia, la politica si troverebbe a dover dare risposte certe. 

 

 

Perché in una Asl una protesi costa 293 euro e a un’altra 1.130 euro, cioè il 400 per cento in più? Se una siringa costa meno di 5 centesimi a Milano perché ne costa 7 a Reggio Calabria? E se per una garza bisogna spendere 3 euro a Venezia per quale motivo bisogna sborsare 3 volte tanto a Palermo? Nel mercato delle sanità gli esempi possono moltiplicarsi per duemila. Più o meno il numero delle prestazioni ambulatoriali contemplate nell’elenco (nomenclatore tariffario) di ciascuna regione e delle due province autonome di Trento e Bolzano. Il nomenclatore nazionale del 1996 comprende 1.713 prestazioni, mentre quelli regionali mediamente ne comprendono di più (si va da 1.703 dell’Abruzzo fi no a 2.262 della Basilicata). E già questa differenza dovrebbe far storcere il naso. In più le prestazioni completamente sovrapponibili ( presenti sia nel nomenclatore nazionale sia in tutti quelli regionali) sono solo 1.017, anche se le tariffe ministeriali rappresentano nella stragrande maggioranza dei casi un riferimento di massima. Ma è sui rimanenti casi che si aprono le danze. Le motivazioni storicamente addotte sono le differenze di servizio e di concorrenza. Le tariffe infatti sono definite non solo in base ai costi oggettivi, ma anche tenendo presente il numero di strutture che erogano quella prestazione, il tipo di strutture (pubblica o accreditata) e la loro efficienza (capacità di ottimizzare l’utilizzo delle risorse). Proprio i parametri dai quali deve partire una buona spending review.
di Claudio Antonelli

 

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Commenti all'articolo

  • Spartac

    19 Agosto 2013 - 03:03

    Bisogna combattere contro gli sprechi ma la sanità privata americana costa il 15% del PIL, quella italiana ed europea statale il 7-8%...

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  • gregio52

    18 Agosto 2013 - 18:06

    E' una domanda che basta porre ai nostri cari politici, ai facoltosi primari degli ospedali raccomadati dai politici ed inseriti dagli stessi con raccomandazioni non certamente per professonalita ma per la percentuale all'incasso. La stampa ne è piena di questi fatti messi in luce, ma il risultato, tutti felici appassionatamente avanti.

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  • fausta73

    18 Agosto 2013 - 12:12

    prezzi diversissimi perchè i politici non hanno mai voluto stabilire dei prezzi standard e così i prezzi sono gonfiati secondo le tangenti prese. Sono tutti responsabili.

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  • vin43

    18 Agosto 2013 - 10:10

    Sarebbero le provincie da sopprimere? Uno studio della «Bocconi» ha analizzato le spese di tutte le istituzioni locali nel totale della spesa corrente ed ha evidenziato che i costi delle provincie coprono il 4,5%, le regioni ben il 72,7% e i comuni, il 22,8%. E che dire degli scandali: «Lusi», «Belsito» e «Fiorito»? Centinaia di milioni di euro in «magna magna» a nostre spese? La Sanità ritorni a essere gestita dal Ministero della Salute e ABOLIAMO completamente le Regioni!

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