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Facci: "Basta con la nuova casta dei ciclisti da metropoli"

Nicoletta Orlandi Posti
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A Milano, perlomeno in centro, sono i fighetti e i benestanti a usare la bicicletta, sono loro che scassano l'anima a tutti perché hanno scoperto che Milano non è Amsterdam e che - posso dirlo? - nessuno li sopporta più. Vivono in zone centrali o semicentrali, spesso non hanno colore politico (sono cari a Pisapia e lo erano alla Moratti) e possono permettersi di pedalare senza abbruttirsi sugli orridi mezzi pubblici che premono dalla periferia, maledicendo noi pendolari, noi motorizzati, noi normali. Sono lì, spesso ostentano il loro status da superiori/inferiori e si sentono in diritto di ogni cosa, ondeggiano pericolosamente e caracollano in mezzo alla strada come a dire che l'errore sono gli altri, l'errore siamo noi: noi che ci limitiamo a correre e a brigare come Milano fa da un'ottantina d'anni, in una città che è una città, anzi, una metropoli anche piuttosto disciplinata. Ieri è uscita un'articolessa dell'appassionata ciclista Maria Laura Rodotà (del Corriere, quello che per spostarsi in periferia pretende un ponte aereo) e abbiamo riletto la solita solfa su «l'inefficienza dei mezzi pubblici, l'assenza di parcheggi, il costo della benzina e le multe». Se non fosse che a Milano i mezzi pubblici sono tra i migliori d'Italia, i parcheggi ci sono, ma occorre pagarli, la benzina è un falso problema (compratevi un'elettrica o un'ibrida, voi ecologisti chic) e le multe sono un salasso, è vero: ecco perché sarebbe ora di estenderle ai ciclisti impuniti. Come quelli che vanno sui marciapiedi - odiati più dai pedoni che dagli automobilisti - o che se ne fregano dei semafori, imboccano sensi unici, vanno con le cuffie, stanno al telefono, svoltano senza segnalare, fanno correre il cane, si mettono in due o tre uno accanto all'altro, vanno senza mani, rallentano il traffico più di un Tir: e intanto hanno quell'espressione insofferente genere «cazzo volete, sono un ciclista». I pedalatori del centro storico si credono la soluzione e mai un problema, non capiscono perché tutti non vivano lì, in centro, e non circolino in bici o a piedi; spesso pedalano perché non hanno mai imparato a usare uno scooter che «è pericoloso» anche se lo è meno di certe biciclette che caracollano tra pavé e rotaie, tra incroci e precedenze, e mettono ansia solo a guardarle. Continuano a proporre che i mezzi motorizzati non possano oltrepassare i 30 all'ora, cioè, ripeto, i 30 all'ora: dopodiché, magari, abbatteremo anche i palazzi, distribuiremo retini per farfalle, soprattutto guarderemo il Pil mentre colerà a picco. Io parlo di Milano, città che pure ha il più alto utilizzo di bike-sharing d'Italia, città dove un sacco di gente usa la bicicletta e fa benissimo a usarla, se crede: ma Milano resta Milano, è un cuore pulsante, una sala macchine, non è Copenaghen, e neppure Bolzano o Pesaro o Ferrara. A Milano hanno già fatto tanto, per i ciclisti: piste che ogni giorno sono maledette da migliaia di ordinari non-ciclisti (penso alle piste sui Bastioni, che ingorgano mezza città per favorire qualche casalinga che sta correndo a casa a prendere il suv di otto metri da piazzare davanti alla scuola del figlio) e però no, i ciclisti vogliono di più, ti citano Bilbao o Reggio Emilia come se avesse un senso. Milano è una metropoli che non è stata concepita per le biciclette, punto, e se fosse concepita per le biciclette non sarebbe Milano. Le facciano nelle periferie, le piste ciclabili, quelle dove i ciclisti non hanno la sella di cuoio né il cestino di vimini col fiocchetto. Invece no: dobbiamo pure beccarci la predica dalla prima pagina del Corriere, quotidiano che vuole restare in centro e vuole che in centro si possa circolare praticamente solo in bicicletta. Per tuonare contro la casta: quella dei pendolari che si ammassano nei treni puzzolenti o si accodano per ore sulla tangenziale. di Filippo Facci

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