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L'Italia alle urne

Trivelle: costi, interessi e mari coinvolti. Referendum, cosa cambia se vince il "sì"

Trivelle: costi, interessi e mari coinvolti. Referendum, cosa cambia se vince il "sì"

Referendum anti-trivelle, ci siamo. Domani mattina, alle 7, aprono i 61.562 seggi elettorali sparsi sul territorio nazionale. I 46.887.562 elettori, compresi i 3.898.778 residenti all’estero per i quali è previsto il voto per corrispondenza, potranno votare fino alle ore 23. La consultazione sarà valida se avrà partecipato al voto la maggioranza degli aventi diritto. Questo significa che servirà la presenza ai seggi di almeno 23.443.782 elettori. Il ministero dell’Interno comunicherà l’andamento dell’affluenza alle urne in tre momenti: alle 12, alle 19 e alle 23.

IL QUESITO
Il referendum, per la prima volta proposto non da 500mila elettori, ma da nove Regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise), punta ad abrogare un passaggio della legge di Stabilità approvata lo scorso 28 dicembre. Oggetto del quesito è la durata delle concessioni delle piattaforme già attive in mare fino a 12 miglia dalla costa. Le nuove perforazioni, infatti, sono vietate. In Italia le concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e di petrolio durano trent’anni. Una durata prorogabile, se il giacimento non è esaurito, prima per altri dieci anni e poi ancora per cinque.
L’ex Finanziaria ha disposto che il divieto di sfruttare i giacimenti nelle acque territoriali non vale per quelli autorizzati. È questo il passaggio che il fronte per il Sì al quesito vorrebbe cancellare.

LE PIATTAFORME
Nei mari italiani ci sono circa 110 piattaforme frutto di 69 concessioni. D queste concessioni, 44 riguardano giacimenti che si trovano entro le 12 miglia dalla costa e sono pertanto interessati dall’esito del referendum abrogativo. Delle 44 concessioni, che si avvalgono di 90 piattaforme e 484 pozzi, 25 estraggono metano; una petrolio; quattro petrolio e gas mentre 14 non sono più produttive.

GLI EFFETTI DEL SI’
Se la consultazione raggiungesse il quorum e a prevalere fossero i favorevoli all’abrogazione della norma, alla prima scadenza della concessione le piattaforme e i pozzi operativi entro le 12 miglia dalla costa dovrebbero chiudere. La cessazione delle attività, però, non avverrebbe nello stesso momento per tutti gli impianti, ma progressivamente. Ogni concessione ha le sue scadenze e la tagliola scatterebbe tra il 2016 e il 2034.

LA TORTA ECONOMICA
Fermando lo sfruttamento dei giacimenti, terminerebbe non solo l’attività estrattiva di petrolio e metano, ma si fermerebbe anche il gettito fiscale e di royalty - il pagamento dei diritti per lo sfruttamento del sottosuolo - per lo Stato e le Regioni.

Nel 2014, ricorda Il Sole 24 Ore, le royalty hanno generato un gettito di 401 milioni, destinato soprattutto alle Regioni e ai Comuni dove sono presenti piattaforme e pozzi.

Poi ci sarebbero inevitabili ricadute sull’occupazione. L’attività estrattiva, per Assomineraria, in Italia dà lavoro a 10mila persone, fra diretti e indiretti, che diventano 29mila se al computo si aggiungono gli addetti dell’indotto esterno al settore. Parte di loro andrebbe incontro a licenziamenti. Secondo le prime stime, sarebbero a rischio almeno 5mila addetti diretti e circa 15mila dell’indotto.

LE FONTI ENERGETICHE
Se vincessero i Sì, l’Italia dovrebbe aumentare le importazioni di petrolio via mare per importare da lontano il greggio mancante. Nel 2015, le 44 concessioni entro le 12 miglia hanno permesso di estrarre 1,93 miliardi di metri cubi di gas, pari al 28,1% della produzione nazionale e 0,54 milioni di tonnellate di petrolio (il 10% della produzione nazionale di greggio). Se il referendum non raggiungesse il quorum o a prevalere fossero i No, le concessioni potranno durare fino alla vita utile dei giacimenti.

I FRONTI POLITICI
Le forze politiche, come da tradizione, si sono divise. Il fronte ostile al referendum è guidato dal presidente del consiglio, Matteo Renzi, che si è apertamente schierato a favore dell’astensione. Non tutto il Pd, però, è allineato sulle posizioni del premier-segretario. La minoranza del partito, infatti, è schierata in gran parte per il Sì. Più sfumata la posizione di Area popolare, che pur essendo contraria al quesito si recherà alle urne per votare No. Variegato il fronte del Sì, che comprende M5s, Lega, Fratelli d’Italia e Sinistra italiana. Divisa Forza Italia, senza una posizione ufficiale: il governatore della Liguria, Giovanni Toti, è per il Sì, mentre per Renato Brunetta, capogruppo alla Camera, l’importante è votare. Il capogruppo al Senato, Paolo Romani, guida il fronte dell’astensione.

di Tommaso Montesano

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