CATEGORIE

"Il legame covalente", Smeriglio trasforma in noir civile il dolore di un chimico

Il 4 marzo alle ore 18 Massimiliano Smeriglio presenterà il libro a Milano in Galleria Vittorio Emanuele II, libreria Rizzoli, insieme a Gaia Manzini e Anita Pirovano
di Nicoletta Orlandi Posti martedì 24 febbraio 2026

5' di lettura

Si intitola Il legame covalente il nuovo libro di Massimiliano Smeriglio (Mondadori): un romanzo costruito come un lungo attraversamento del lutto, della colpa e della rabbia, con una voce narrante molto riconoscibile: un uomo che insegna chimica, rimasto solo dopo la morte della moglie Marcella, e che prova a dare un ordine al caos usando proprio il linguaggio degli elementi, dei legami e delle reazioni. Fin dalle prime pagine il “legame covalente” diventa la metafora del rapporto fra lui e Marcella: un’unione sincera, reciproca, profonda, fatta di quotidianità e fiducia più che di grandi scene. È da lì che parte tutto: dalla frattura di quel legame. 

Marcella era una donna affidabile, composta, piena di misura, il centro concreto della sua vita, lavorava in un laboratorio di analisi. La malattia (che il romanzo lega alla leucemia) la consuma lentamente con il marito che la accompagna fino alla fine in una routine di cure palliative, stanchezza, piccoli gesti, paura e impotenza. In questa fase emerge uno dei nuclei emotivi più forti del libro: lui non vive la morte come “liberazione”, ma come l’inizio di un rimuginio senza tregua. Dopo la sua scomparsa resta in piedi, ma svuotato: perde il lavoro, si chiude, beve, si isola, e oscilla tra depressione e fissazione.  Parallelamente, il rapporto con la figlia Beatrice è da anni incrinato. Lui la percepisce come sfuggente, ostile, irrisolta; lei vive a Brest, in Bretagna, e mantiene una distanza non solo geografica ma soprattutto emotiva. Il padre pensa di averla amata e “fatta crescere bene”, ma non capisce il suo rancore. Questo conflitto padre-figlia non è un contorno: è una seconda trama, altrettanto importante della vicenda legata a Marcella. 

La svolta arriva quando, in pieno smarrimento, il protagonista si imbatte in un documentario sulla formaldeide. Da chimico, riconosce subito la gravità della sostanza; ma stavolta la guarda con occhi nuovi, perché la connette alla storia clinica di Marcella e al suo lavoro in laboratorio. Il romanzo segue in modo molto preciso la sua ricostruzione: dati, tossicità, rischi di esposizione cronica, misure di sicurezza, norme, ventilazione, dispositivi, procedure di emergenza. Quella che all’inizio è una suggestione diventa un’ossessione: e se Marcella non fosse stata solo “sfortunata”? E se ci fosse stata una responsabilità concreta, cioè un ambiente di lavoro tossico e gestito male?  Da qui parte la sua piccola inchiesta privata. Parla con Simona, collega di Marcella, e poi con Hamid, addetto alla sicurezza: dai loro racconti emerge un quadro pesante. Molte misure di prevenzione nel laboratorio sembrano assenti o trattate con superficialità (cappe, ventilazione, stoccaggi sicuri, protocolli seri), e soprattutto si delinea la figura di un proprietario potente, ben introdotto, con relazioni nel sistema sanitario e nelle istituzioni locali. Il protagonista capisce due cose insieme: primo, che il laboratorio potrebbe aver davvero esposto Marcella e altri a rischi gravi; secondo, che dimostrarlo sarà difficilissimo, perché intorno a quel mondo ci sono soldi, favori, complicità, paura di perdere il lavoro. Simona e Hamid lo aiutano moralmente, ma non possono esporsi fino in fondo. 

A questo punto il romanzo cambia temperatura. La ricerca della verità si mescola alla rabbia e alla depressione, e la mente del protagonista comincia a slittare. Entra in scena una seconda linea narrativa, più oscura, con capitoli in cui parla una voce da killer/“fulmine”. Questi passaggi funzionano come un controcampo simbolico e psichico: il tema è sempre lo stesso, la violenza di classe, l’impunità, il potere che si salva sempre. Nel frattempo, il protagonista scivola in una fantasia sempre più concreta di vendetta. Studia la formaldeide come arma, calcola concentrazioni letali, tempi di esposizione, volumi d’aria, maschere, vapori, perfino possibili combinazioni con altre sostanze (acetone, glutaraldeide) per confondere le indagini. Il romanzo, qui, è potentissimo perché mostra la logica delirante che si presenta come “razionale”: lui usa la competenza scientifica per costruire un omicidio “tecnico”, e questo lo terrorizza ma anche lo attrae. Non è solo rabbia: è il bisogno disperato di attribuire un nome al male subito. 

In questa spirale rientra in scena Beatrice, tornata dalla Francia. Per un tratto del romanzo, il padre la vede come complice lucidissima del piano: studia, propone dettagli, ragiona da “stratega”, come se la vendetta fosse un esercizio di precisione. È una sezione fortissima perché mette insieme due desideri del protagonista: punire i responsabili e recuperare finalmente la figlia, sentirla di nuovo alleata, vicina, affettuosa. Lui arriva persino a pensare che il “prezzo” di questa ritrovata intimità sia accettabile, anche se passa per il delitto. Ma questa riconciliazione è contaminata dal delirio. 

Da qui in avanti il libro entra in una fase di ricomposizione. Beatrice finalmente si racconta davvero: in Francia ha trovato una vita nuova, un lavoro umano e politico con altre donne (aiutano migranti e rifugiate, soprattutto donne in transito dall’Africa centrale), e in quel contesto ha trovato una forma di appartenenza, di “sorellanza”, che l’ha aiutata anche a uscire dalla depressione. È uno dei momenti più belli del romanzo perché il padre, per la prima volta, ascolta senza classificare. Poi arriva la notizia che cambia tutto: Beatrice è incinta, è felice e terrorizzata, e la bambina si chiamerà Marcella. Il compagno ha finalmente un nome, Mael, bretone, allevatore di ostriche. La nascita (o meglio, l’attesa della nascita) apre un’altra linea del libro: quella della continuità, non come consolazione facile, ma come nuova responsabilità.  Il protagonista accetta di trasferirsi in Bretagna, per stare vicino a Beatrice, Mael e poi alla nipotina. Il romanzo usa l’isola di Ouessant come spazio di decantazione interiore. L'isola delle donne, diventa un luogo di verità e di spoliazione: lì il protagonista cammina, pensa, impara a stare senza difese, e soprattutto smette (almeno in parte) di ridurre tutto alla tavola periodica. Anche se la chimica resta il suo linguaggio, Beatrice lo costringe a vedere il limite di quella griglia: non tutto ciò che conta è catalogabile. 

Nel finale, ambientato “Brest, due anni dopo”, il narratore mette ordine anche sul fronte della battaglia pubblica. Riconosce che il progetto di vendetta era follia, ma non rinuncia all’idea che la formaldeide e le condizioni di lavoro abbiano avuto un ruolo nella morte di Marcella. Non avendo prove giudiziarie definitive, sceglie un’altra strada: scrive un articolo, “La formaldeide. Cronaca di un lavoro avvelenato”, raccontando la vicenda di Marcella senza fare nomi, trasformando la rabbia privata in denuncia civile. È una soluzione coerente con tutto il romanzo: non l’azione punitiva, ma la testimonianza.  E poi c’è l’ultima, grandissima rivelazione (che qui non anticipo) che chiude coerentemente questo percorso con una scelta capace di rimettere in discussione il rapporto tra amore e colpa, tra cura e ferita, tra ciò che sappiamo e ciò che continuiamo a raccontarci per restare vivi.

"Il legame covalente" merita assolutamente di essere letto. Appuntamento con Massimiliano Smeriglio in dialogo con Gaia Manzini e Anita Pirovano il 4 marzo alle ore 18 nella libreria Rizzoli - Galleria Vittorio Emanuele II, Milano.

tag
libri
artivismo
massimiliano smeriglio
mondadori

Artivismo Come Gramsci e San Paolo: odiare per non essere indifferenti. La lezione di Michela Murgia

Artivismo Le ’Ntuppatedde di Sant'Agata, donne velate e libere

Chi sfregia la democrazia "Limite democratico": l'ultima pericolosa trovata della sinistra

Ti potrebbero interessare

Come Gramsci e San Paolo: odiare per non essere indifferenti. La lezione di Michela Murgia

Nicoletta Orlandi Posti

Le ’Ntuppatedde di Sant'Agata, donne velate e libere

"Limite democratico": l'ultima pericolosa trovata della sinistra

Annalisa Terranova

Il patriarcato? Uno strumento del passato da mandare al museo

Nicoletta Orlandi Posti

Come Gramsci e San Paolo: odiare per non essere indifferenti. La lezione di Michela Murgia

L’odio è uno dei pochi tabù rimasti in piedi: più del sesso, più della morte. Lo si no...
Nicoletta Orlandi Posti

Le ’Ntuppatedde di Sant'Agata, donne velate e libere

È difficile immaginare che nella Sicilia dell'Ottocento le signore potessero “andare tra i cittadi...

Il patriarcato? Uno strumento del passato da mandare al museo

Se è vero che bisogna aspettare il 2148 per raggiungere l’uguaglianza di genere, possiamo nel frattempo man...
Nicoletta Orlandi Posti

Lusitania, il primo romanzo di Dejan Atanackovic

Nel cuore di Belgrado, in un ospedale psichiatrico risparmiato dalla guerra, un gruppo di medici e pazienti fonda una re...
Nicoletta Orlandi Posti