(Adnkronos) - Inutile il ricorso della Ericsson che in Cassazione ha sostenuto che i ritmi serratissimi di lavoro non erano imputabili all'azienda ma dipendevano dalla "attitudine del lavoratore a sostenere e lavorare con grande impegno". L'Azienda si è inoltre difesa - invano - sostenendo di non essere a conoscenza di come l'uomo esercitasse il lavoro e di non avere mai "imposto ritmi insostenibili". Tutto inutile perchè la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Ericsson e, facendo proprie le motivazioni d'appello, ha sottolineato che "con motivazione logicamente argomentata e giuridicamente corretta, ha osservato che la responsabilità del modello organizzativo e della distibuzione del lavoro, fa carico alla società, la quale non può sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi della integrità fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dalla inadeguatezza del modello adducendo l'assenza di" lamentele "mosse dai dipendenti o, addirittura, sostenendo di ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengono in concreto svolte". Del resto, aggiunge ancora la Cassazione, "deve presumersi, salvo prova contraria, la conoscenza in capo all'azienda delle modalità attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro, in quanto espresione ed attuazione concreta dell'assetto organizzativo adottato dall'imprenditore con le proprie direttive e disposizioni interne". Nel caso in questione, poi, fa notare piazza Cavour, "è emerso che l'oggettiva gravosità e l' esorbitanza dai limiti della normale tollerabilità non era in alcun modo riconducibile a inziative volontarie di Stefano S. di addossarsi compiti non richiesti". Per effetto del rigetto dei ricorsi, la Ericcson e la società Milano Assicurazioni sono state condannate, ciascuna, a rifondere la vedova del lavoratore con 6 mila euro, pari alle spese processuali sostenute.




