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Tra le onde si nasconde un'altra storia d'Italia

Vespucci contabile, i Caboto bancarottieri, il fortunato naufragio di Querini: in un libro le avventure di chi andò per mare
di Maurizio Zottarelli giovedì 15 gennaio 2026

5' di lettura

Si fa presto a dire “popolo di navigatori”. A dispetto dei loro circa ottomila chilometri di coste, gli italici forse non sono mai stati dei veri navigatori. Non lo erano neppure i nostri illustri avi romani, i quali si adattarono a imparare l’arte marinaresca e a staccarsi dalla sicura terraferma perché, in qualche modo, costretti dai Cartaginesi. In fondo, questo è il nostro stigma nazionale: dare il meglio di noi quando si è costretti dalle circostanze. E Andavano per mare di Marco Valle (Neri Pozza, pag. 336, euro 20) ci racconta proprio una storia d’Italia vista dal mare attraverso le vicende di uomini che a navigare si sono adattati perché commercianti o giramondo inquieti, scienziati e astronomi geniali o letterati temerari. Gente che tra le onde cercava qualcosa d’altro e che spesso ha trovato di tutto, qualche volta perfino l’America.

Il racconto di Valle prende le mosse intorno all’anno mille (quando i vichinghi avevano già messo a soqquadro le coste d’Europa e solcato l’Atlantico in lungo e in largo), un’epoca di rinascita per l’Europa occidentale, una sorta di primavera (dovuta anche a un innalzamento delle temperature che portò messi più generose, a conferma che i cambiamenti climatici non sono solo roba dei nostri giorni e avvenivano anche quando l’industria moderna non esisteva e il petrolio era sconosciuto) che vide sbocciare maggiori ricchezze e con esse innovazioni, traffici, scoperte e idee. In questo clima, si riprese il mare a lungo solo luogo di pericolo e insidie. La riconquista delle rotte verso oriente e verso la Terrasanta con le crociate portò l’Italia a trovarsi, naturalmente e geograficamente, al centro di questo movimento. Dal quale emergono figure straordinarie, spesso a mezza via tra l’eroico e il picaresco.

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Come i genovesi Guglielmo Embriaco detto Testadimaglio che, attraverso l’organizzazione e la logistica, si direbbe oggi, del Regno di Gerusalemme, aprì alla Superba i mercati orientali; e l’ammiraglio Benedetto Zaccaria che, agli affari, alla diplomazia e al servizio alla patria, alternò con disinvoltura scorrerie corsare per conto di Bisanzio e dei francesi. Troviamo poi i primi italiani che compirono “il folle volo” oltre lo stretto di Gibilterra, come i fratelli Vivaldi, partiti e scomparsi nel vasto oceano; o come Lanzarotto che intorno al 1312 raggiunse le isole Canarie una delle quali, ancora oggi, porta il nome che lui le diede sul calco del proprio: Lanzarote E dopo i liguri, ecco i veneziani, come Alvise da Mosto (spesso storpiato in Cadamosto) che al servizio dei portoghesi andò alla scoperta del “continente nero” risalendo fiumi e studiando le popolazioni. O come i fratelli Zeno che un po’ per caso, un po’ per avventura arrivarono agli estremi confini settentrionali del mondo conosciuto e pure oltre, fino alle coste americane. Per non parlare delle rocambolesche avventure di Pietro Querini che, nel 1431, spinto dalla febbre degli affari si ritrovò in balia dei venti e delle correnti. Con un carico di 800 barili di Malvasia si perse nell’immensità dell’Atlantico e si ritrovò con il suo equipaggio in un punto imprecisato tra le Shetland e le Faer Øer e poi alle Lofoten, primi italiani oltre il circolo polare artico. Si salvarono miracolosamente e riportarono a casa lo stoccafisso (ovvero lo stocfisi, il “pesce bastone, il merluzzo essiccato) inaugurando la secolare fortuna del baccalà a Venezia.

In effetti fu il fervore economico, prima ancora che il desiderio di avventura a spingere Cristoforo Colombo all’impresa che lo ha reso immortale (nonostante i furori woke). Così, come gli affari resero Amerigo Vespucci marinaio e scopritore per caso. Fino a quarantacinque anni il contabile fiorentino non era mai andato per mare e si era dedicato a mercanzie e fondaci alle dipendenze dei Medici. Furono proprio i Medici a spedirlo in Spagna dove il contabile si ritrovò al centro dei traffici scatenati dai viaggi di Colombo. Così Amerigo, oltre che come agente finanziario, fu assoldato come cosmografo e grazie ai suoi calcoli e alle sue misurazioni astronomiche calcolò la superficie della Terra, stabilendola in 39.995,417 km (la misura definitiva risale al secolo scorso ed è di 40.075 km) e intuendo così che quello trovato da Colombo non era una periferica propaggine del Catai, ma un nuovo continente. Che, infatti, ha preso il suo nome.

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Il lungo viaggio per mare di Marco Valle ci porta poi a bordo prima con il veneto Giovanni Caboto, bancarottiere in fuga, che per sottrarsi alle ire dei creditori veneziani e poi spagnoli, iniziò a navigare per conto degli inglesi percorrendo le coste americane da nord a sud alla ricerca di un passaggio verso oriente e poi con il figlio Sebastiano fin nel profondo Sudamerica. E che dire di Giovanni da Verrazzano? Toscano di campagna, per navigare si mise al soldo del re di Francia e salpò alla ricerca, tanto per cambiare, di un passaggio attraverso il nord America verso il Catai. Anche lui non lo trovò, però scoprì Manhattan tanto che New York nel 1964 gli ha dedicato il famoso ponte che collega Brooklyn e Staten Island. Gloria eterna che non lo salvò dalla sciagura: Giovanni finì il suo viaggio alle Bahamas, divorato sulla spiaggia, insieme a un gruppo di sfortunati compagni, da una tribù indigena che li aveva assaliti.

C’è poi la formidabile storia del vicentino Antonio Pigafetta, nobile letterato e autentico dilettante del mare che si trovò ad essere tra i diciotto fortunati sopravvissuti della circumnavigazione del globo condotta da Magellano, tanto da poterla raccontare e tramandarla a eterna memoria Tra le avventure, i rovesci e i trionfi dei tanti salpati dalle coste italiane in cerca di fortuna spiccano i casi di Andrea Doria e di Giovan Dionigi Galeni, più noto come Uccialì. Il primo, priore genovese che si scoprì marinaio a quarant’anni ma dotò la città ligure di una flotta e per trent’anni fu tra i dominatori del Mediterraneo tra guerre, alleanze politiche e scorribande corsare; il secondo, lo schiavo calabrese, rapito da ragazzino dai pirati saraceni che si fece maomettano con il nome di El Ulug Alì per diventare kapudan Pasa, primo navarca dell’impero ottomano e terrore dei cristiani per cui divenne semplicemente il pirata Uccialì.

Una lunga navigazione attraverso l’era delle grandi scoperte geografiche e dell’epopea delle città marinare. Finché tramontata la loro gloria, l’Italia tornò a dimenticarsi del mare, e a fuggirlo come si fa con i luoghi pieni di insidie più che di opportunità. Fino all’età moderna, con il montanaro Piemonte impegnato nell’unità d’Italia e nella faticosa riscoperta della navigazione perché una navigazione con 8mila chilometri di coste in mare deve pur saperci stare. E se la storia contemporanea è avara di trionfi militari sul mare, gli eroi moderni inseguono le onde e il vento per il gusto della competizione. Come il formidabile Agostino Straulino (oro e argento olimpico, tre volte campione mondiale, dieci volte campione d’Europa, dodici volte d’Italia, tre volte di Germania, una di Francia oltre che medaglia d’argento e di bronzo al valor militare), vero padre della vela italiana e gli altrettanto straordinari Ambrogio Fogar, Giovanni Soldini... Alzate le vele, se non per la gloria dell’arme, per quella dello sport.

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