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Paolo Sorrentino per una volta sceglie la sobrietà

Nel nuovo film del regista, la storia di un Presidente della Repubblica divorato dai dubbi: niente eccessi alla “Parthenope” e tanta normalità
di Emiliano Dal Toso giovedì 15 gennaio 2026

3' di lettura

Per una volta, Paolo Sorrentino sceglie la strada della misura. La Grazia arriva oggi nelle sale ed è un film sorprendentemente “normale” per gli standard sorrentiniani: non è un capolavoro abbagliante, ma nemmeno un esercizio narcisistico fine a se stesso. È piuttosto un’opera intelligente e controllata, persino furba, capace di parlare a pubblici diversi e di tenere assieme, senza strappi, istanze morali, politiche e sentimentali.

Al centro del racconto c’è Mariano De Santis, presidente della Repubblica italiana sul finire del suo settennato, interpretato da un Toni Servillo tutto in sottrazione. Vedovo, cattolico, uomo di legge e di disciplina, l’ex democristiano De Santis è chiamato a prendere decisioni che pesano come macigni: firmare una controversa legge sull’eutanasia e pronunciarsi su due richieste di grazia legate a omicidi “pietosi”. Il film nasce da un fatto reale- la grazia concessa dal presidente Mattarella a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer ma Sorrentino trasforma lo spunto di cronaca in un dispositivo narrativo più ampio, in cui il potere diventa soprattutto una questione di coscienza.

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La Grazia non è un thriller politico, né una lezioncina ideologica. È piuttosto un film intimista sul dubbio, valore sempre più raro nella politica contemporanea. La domanda che ritorna ossessivamente («Di chi sono i nostri giorni?») attraversa il film come una ferita aperta: chi decide della vita quando la sofferenza cancella la dignità? Dove finisce il diritto e dove comincia la misericordia? Sorrentino non dà risposte, ma costruisce un personaggio che vive il potere come un fardello, non come un privilegio. Ed è qui che il film rivela la sua natura più ambigua e interessante.

Da una parte affronta un tema “progressista” come l’eutanasia, invitando a interrogarsi sull’autodeterminazione e sul rapporto tra Stato e individuo. Dall’altra è anche una sorprendente esaltazione delle istituzioni repubblicane. Il Quirinale è rappresentato come un luogo austero, solenne, quasi sacro; il Presidente come una figura di argine, di decoro, di responsabilità.

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Non c’è ironia corrosiva, né smontaggio grottesco del potere, come avveniva ne Il divo, il film su Giulio Andreotti: al contrario, ci sono rispetto e ammirazione per una politica che ha il coraggio di assumersi il peso del silenzio e della riflessione. Servillo, che con Sorrentino ha costruito una delle alleanze artistiche più riconoscibili del cinema italiano, incarna alla perfezione questa idea di potere trattenuto. Il suo De Santis è un uomo che nasconde il dolore privato dietro l’aplomb istituzionale, un presidente che ama la Repubblica come si ama una persona: con fedeltà, senso del limite, sacrificio. Attorno a lui ruota la figura della figlia Dorotea (Anna Ferzetti), anche lei giurista, portatrice di uno sguardo meno dogmatico e più moderno, che costringe il padre a confrontarsi con un futuro che non gli appartiene più. Sorrentino non rinuncia ai suoi abitudinari elementi spiazzanti e scenografici (dal Papa “nero” ai cameo rap di Guè Pequeno), ma stavolta senza lasciare che l’eccesso prenda il sopravvento. Qui lo stile è più sorvegliato, la messa in scena più sobria, la scrittura più lineare.

Qualcuno forse rimpiangerà le “sorrentinate” di La grande bellezza e Parthenope, altri troveranno il film troppo pacato. Ma La Grazia ha il merito di cercare un equilibrio raro: quello tra etica e potere, tra legge e umanità. Non è il capolavoro di Sorrentino (per chi scrive rimane il semi-autobiografico È stata la mano di Dio), ma forse è il più accessibile. E in tempi di certezze urlate, un film che rivendica la grazia del dubbio- e lo fa senza disprezzare le istituzioni non è cosa da poco.

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