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Lech e Juan Carlos: com’è duro essere eroi in democrazia

Il 23 febbraio 1981, alle 18:22, il tenente colonnello Tejero entrò nel Congresso spagnolo con duecento guardie civili armate
di Giovanni Longonilunedì 9 febbraio 2026
Lech e Juan Carlos: com’è duro essere eroi in democrazia

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 Il 14 agosto 1980, un uomo di 37 anni da poco licenziato per attività sindacali, scavalcò il cancello dei cantieri Lenin di Danzica e si unì allo sciopero. Salì su un bulldozer, prese un megafono: «Non lasciamo i cantieri finché non vinceremo!». In tre settimane dieci milioni di lavoratori scioperarono. Nacque Solidarnosc, primo sindacato libero in un Paese comunista. Lech Walesa divenne un’icona mondiale. Era nato nel 1943 nel villaggio di Popowo. Crebbe povero, divenne elettricista. Per dieci anni organizzò proteste clandestine. Nel 1980 era pronto. In 16 mesi Solidarnosc divenne il movimento più grande del blocco comunista. Il 13 dicembre 1981, il generale Jaruzelski impose la legge marziale: arresti di massa, Solidarnosc fuorilegge, carri armati. Ma il sindacato resistette nella clandestinità e nel 1989, quando Gorbaciov smise di sostenere i regimi satellite, Varsavia dovette negoziare.


Walesa vinse e nel 1990 divenne presidente. Ma da presidente deluse. Era carismatico come leader operaio, inadeguato come statista. Specie in un Paese come la Polonia dove lo snobismo è la seconda religione più praticata. Un capo dello Stato che ai ricevimenti ufficiali sorbisce la minestra emettendo risucchi intollerabili. Nel 1995 perse le elezioni contro un ex comunista. Poi arrivarono le accuse: negli anni Settanta avrebbe aiutato i servizi segreti. Walesa negò sempre e come sempre il dubbio restò.

*** Il 23 febbraio 1981, alle 18:22, il tenente colonnello Tejero entrò nel Congresso spagnolo con duecento guardie civili armate. Sparò al soffitto, urlò «¡Se sienten, coño!». I militari franchisti volevano fermare la democratizzazione. A mezzanotte, il re Juan Carlos apparve in TV in uniforme. Disse: «La Corona non può tollerare azioni che tentino di interrompere il processo democratico». I golpisti si fermarono. Il re aveva salvato la democrazia.


Juan Carlos era nato nel 1938 a Roma, in esilio. Suo nonno, Alfonso XIII, era stato cacciato nel 1931. Nel 1936 Franco vinta la guerra civile, fece tornare Juan Carlos per educarlo come successore. Lo mise in accademia militare, lo controllò. Quando Franco morì nel novembre 1975, Juan Carlos divenne re. Aveva 37 anni. Molti pensavano sarebbe stato «Franco senza Franco». Invece il discendente di Isabella II tradì. Nel 1976 legalizzazione dei partiti, nel 1977 elezioni democratiche. Per vent’anni fu il re più amato e rispettato. Poi il crollo: nel 2012, mentre la Spagna affondava nella crisi, Juan Carlos andò a caccia di elefanti in Botswana con l’amante. Si ruppe il femore, dovette essere evacuato. Lo scandalo esplose. Emersero conti offshore, tangenti da Arabia Saudita, donne. Nel 2014 abdicò. L’eroe della Transizione era diventato simbolo di corruzione.

giovanni.longoni@liberoquotidiano.it