E se il discorso oggi comune sulle fake news fosse anch’esso una fake news? Viene da pensarlo dopo aver letto il testo di una conferenza tenuta a Roma giusto trent’anni fa, nel 1996, da Jacques Derrida, che ora l’editore Moretti & Vitali pubblica a cura e con un saggio di Lucio Saviani (pagine 87, euro 10). In poche, dense, illuminanti pagine, mettendo in tensione e contraddizione le idee espresse da Platone, Agostino, Nietzsche, Arendt, Koyré, il grande filosofo francese, in un continuo gioco di specchi, ci fa sorgere più di un dubbio su cosa sia il vero e il falso. Prima di tutto egli mette l’accento sul mentire piuttosto che sulla menzogna: «Si può dire il falso – scrive – senza mentire, ma si può anche dire la verità con lo scopo di trarre in inganno, cioè mentendo». Il mentire è un fatto di coscienza, presuppone un’intenzionalità; mentre la menzogna è un dato di fatto. Da una parte la verità si manifesta attraverso la testimonianza, dall’altra attraverso la prova.
«Non si mente se si crede a ciò che si dice».
Per Kant in società non si deve mai mentire: è un dovere formale, incondizionato, assoluto. Anche se il discorso di Kant si svolge su un terreno prettamente giuridico, egli, osserva Derrida, «sembra escludere dalla sua definizione tutta la storicità che Hannah Arendt introduce, al contrario, nell’essenza stessa della menzogna, nell’accadere e nella pratica della menzogna». C’è quindi una storia della verità, sia come concetto sia come pratica della verità. Una grande cesura avviene in età moderna, con il predominio di un particolare tipo di politica e potremmo dire di un idea di statista modellata sulla ragion d Stato: «Le menzogne», scrive la Arendt «sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti del politico e del demagogo, ma anche dello statista». La grande pensatrice porta la sua attenzione sulla menzogna verso noi stessi, sull’autoinganno, come l’elemento distintivo della menzogna moderna rispetto alla definizione rigorosamente classica di essa. L’autoinganno è, per lei, il terreno stesso in cui si muove la democrazia di massa: «Più un bugiardo ha successo più è probabile che egli cadrà vittima delle sue stesse fabbricazioni». Su questo terreno scivoloso si era mosso, già prima della Arendt, Alexandre Koyré che, in piena guerra mondiale, con un discorso che si riferiva in prima istanza ai totalitarismi ma era facilmente estensibile all’intero nostro tempo, si era chiesto quale fosse la funzione politica della menzogna moderna. L’uomo moderno, secondo il pensatore francese, «è immerso nella menzogna, respira la menzogna, è sottoposto alla menzogna in ogni momento della sua esistenza».
L'arte prescritta come una cura: la salute si ritrova nei musei
Curare con la cultura. Andare a teatro, al museo, in pinacoteca, perché no pure a una mostra di provincia, per se...Koyré, al contrario della Arendt, che pure si era posta (sulla scia di Heidegger) il problema del ruolo dell’immagine nella rappresentazione contemporanea del vero, si chiede, seppure en passant, se però in molti casi si abbia il diritto di parlare di menzogna. È il tema su cui si sviluppa il discorso di Derrida, il quale porta a radicalità questa domanda richiamandosi esplicitamente alle «tecno-performatività mediatiche» che caratterizzano in modo pervasivo il nostro tempo. Siamo all’oggi, o almeno ai prodromi dell’oggi (Derrida è morto nel 2004), cioè al tempo di fake-news, deep fake e di “controverità” come il filosofo francese le chiama.
Il patto dell'inganno e la vera storia di Mussolini e Hitler
Mussolini e Hitler furono amici? Probabile. Si stimavano? Forse. Si imbrogliarono a vicenda? Certamente. Ma nella scala ...Nel suo discorso entra allora prepotente la politica, il giornalismo, la comunicazione in tempo reale attraverso icone, phantasma, spettri. Riferimenti a Chirac, a Mitterrand, al New York Times, ai “crimini sull’umanità” irrompono sulla scena e prendono posto accanto a quelli dei grandi filosofi. E direi soprattutto di quel Nietzsche del Crepuscolo degli idoli con cui la conferenza romana si era aperta: «Il mondo vero è diventato favola». Le immagini del mondo hanno sostituito la realtà in molti casi, sono un mondo se non il mondo. L’avvertimento finale lanciato da Derrida segnala la necessità di una di una logica iconica che smascheri il falso, lo decostruisca, ma anche, nel contempo, ne metta in luce l’uso performativo, il suo rispondere a una logica altra a cui forse non siamo abituati, a un discorso di cui occorre apprendere al più presto la semantica.




