Fra i racconti più importanti di Henry James, scrive Roberto Calasso, ce ne sono alcuni che il romanziere americano non ha mai scritto. Boccioli rimasti chiusi, petits sujets de nouvelle e forse, proprio quella era la loro forma compiuta. Non un’incompiutezza, ma un’energia trattenuta. Il punto in cui l’idea è ancora pura tensione, prima che la narrazione la distenda e in parte, ne consumi la bellezza. Ormai non poteva succedere più nulla - che Adelphi pubblica in quest’edizione curata da Ottavio Fatica (in uscita domani, pp.562 €26) - ha il merito di rivoluzionare l’intera prospettiva su Henry James. Non è il retrobottega del grande romanziere, ma la sua camera di combustione, un autentico forziere pieno di tesori. I taccuini raccolti (1878-1911) non sono un semplice archivio di spunti ma il luogo in cui l’opera nasce, si misura e, talvolta, si compie proprio nella forma abbreviata dell’appunto. Già nel 1947, presentando la prima grande edizione americana curata da F. O. Matthiessen e Kenneth B. Murdock, la critica sottolineava come quei quaderni mostrassero la “saturazione” del materiale narrativo che James considerava il primo requisito dell’arte viva.
Badate bene, si parla di saturazione, non intuizione improvvisa, ma di un’immersione lenta fra le parole. Il titolo dell’edizione italiana proviene da un’annotazione datata 28 ottobre 1895. Una donna, Mrs. Procter, confessa che per lei il vero lusso è potersi sedere a leggere con la sensazione che, dopo tutto ciò che si è attraversato, ormai non possa succedere più nulla. James riconosce in quella frase un «minuscolo germe per un minuscolo racconto». Subito ne delinea la figura: un’anziana persona approdata a una quiete estrema, la gioia commovente per le più normali sicurezze, un passato misterioso che deve restare tale. Il testo scelto per la prefazione del volume, firmato da Calasso e tratto da Il Cacciatore Celeste, coglie una felice intuizione: Mrs. Procter come simbolo di un’epoca ovvero l’Ottocento vittoriano quale laboratorio dell’alleggerimento del mondo. Al centro del turbine imperiale, ecco una scena di pace domestica. Ma proprio lì, nel tepore domestico, si insinua la crepa: la sicurezza assoluta è un’illusione e la letteratura nasce laddove la tensione si avverte, appena sotto la superficie.
Benito Mussolini, gli appunti scritti prima dell'incontro con Adolf Hitler
Era cambiato tutto dall’ultima volta che Benito Mussolini e Adolf Hitler si erano incontrati nel castello di Kless...Nei taccuini vediamo affinarsi il metodo dell’artista. James raccoglie materiali da conversazioni, pettegolezzi, mezze frasi raccolte nei salotti della mondanità, e conserva tutto come fossero provviste per l’inverno. Il passaggio decisivo arriva con una formula quasi rituale, l’idea di andare in profondità, permettendo all’aneddoto di evolversi e sbocciare. Così, un episodio fiorentino sul cacciatore di lettere byroniane diventa il nucleo di Il carteggio Aspern; un racconto di fantasmi ascoltato dall’arcivescovo di Canterbury si sviluppa nel capolavoro, Giro di vite. Il taccuino è la soglia, la forma in cui tutto diventa possibile. Di origini newyorchesi, James compie una scelta importante lasciando la propria patria. Per uno scrittore che si definisce un painter of manners, un fine indagatore dei comportamenti e delle convenzioni sociali, Londra - che descrive “magnifica” - è la scena ideale, offrendogli stratificazione e una concentrazione quasi brutale di vite e di destini. È lì che l’osservazione si affina e si fortifica. Ma nei Taccuini possiamo coglierne anche la personalità, difatti, l’autore di Ritratto di signora, Daisy Miller, Gli ambasciatori e La lezione del Maestro - teme di non aver fatto abbastanza, si impone di “produrre meglio”.
Dopo il fiasco teatrale di Guy Domville, invece di arretrare o indulgere al risentimento, James riapre il quaderno e scrive: «Ampio, pieno ed elevato si schiude tuttora l’avvenire. È adesso in verità che potrei fare l’opera della mia vita. E la farò». L’insuccesso non diventa risentimento, ma uno sprone. La disciplina è l’architettura invisibile dell’opera, la sua nervatura portante. Senza quell’esercizio continuo di concentrazione, scelta e perseveranza, non esiste alcuna forma. Le pagine dei taccuini sono piene di pepite da lucidare, testi che potevano diventare romanzi e che restano perfetti, nella purezza del frammento. Non a caso, la critica contemporanea parla di una “mistica del taccuino” e questi testi promettono accesso all’impulso originario, a ciò che l’opera compiuta ha poi elaborato e almeno in parte, addomesticato.
Alla fine, ciò che colpisce è proprio la coerenza di una postura. Henry James cerca la tensione morale negli interni, nei salotti, nelle coscienze. La natura è una quinta e il dramma un’incrinatura quasi impercettibile. Mrs. Procter crede che non possa più accadere nulla ma è proprio in quella quiete che vibra il racconto. I taccuini ci insegnano che la letteratura non è un lampo, ma l’arte di saper osservare. Talvolta, il racconto resta nel quaderno. E tuttavia, quel prezioso seme messo da parte fra le righe, è già una rigogliosa foresta, per chi è capace di coglierne la bellezza.




