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Biennale 2026, l'arte abbassa il volume e si mette in ascolto

L'Esposizione sarà come l’aveva pensata la curatrice Koyo Kouoh scomparsa prematuramente: 111 gli artisti invitati
di Elena Filinigiovedì 26 febbraio 2026
Biennale 2026, l'arte abbassa il volume e si mette in ascolto

4' di lettura

Restituire alla vita il sussurro naturale. Rinsaldare i rapporti umani nella loro dimensione di prossimità, dalle scuole ai cortili. Per recuperare un respiro fatto di misura e di gesti essenziali che l’Occidente sembra aver smarrito. Dopo la prematura scomparsa di Koyo Kouoh a maggio 2025, con il pieno sostegno della famiglia, La Biennale di Venezia ha deciso di realizzare la Mostra secondo il progetto da lei ideato, per preservare, valorizzare e diffondere le sue idee e il lavoro svolto con dedizione. Koyo Kouoh, nominata Direttrice artistica del Settore Arti Visive nel novembre 2024, aveva infatti già sviluppato il progetto curatoriale, definendo testo teorico, artisti e opere, catalogo, identità grafica e architettura degli spazi, dialogando costantemente con gli artisti da invitare.

L’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, dal titolo In Minor Keys di Koyo Kouoh, sarà aperta al pubblico da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre 2026 ai Giardini, all’Arsenale e in vari luoghi di Venezia. La pre-apertura si terrà il 6, 7 e 8 maggio, mentre la cerimonia di premiazione e inaugurazione avrà luogo sabato 9 maggio 2026.

Il titolo scelto per la 61ª Esposizione è In Minor Keys, come indicato nel testo curatoriale da lei trasmesso a Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, l’8 aprile 2025. La Mostra sarà realizzata con il contributo del Team selezionato da Koyo stessa: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti, Siddhartha Mitter, Rory Tsapayi. Illoro lavoro è stato come tradurre in realtà un testamento spirituale. «Koyo ha assegnato a ciascuno di noi una missione-hanno spiegato ieri alla presentazione ufficiale del progetto. La Mostra ormai aveva assunto forme concrete, non era più solo un’idea o un’intenzione. Riuscivamo a sentire la musica che con tanta grazia Koyo aveva composto insieme a noi sotto l’ombra protettiva di un generoso albero di mango». Sono 111 i partecipanti (nessun italiano, Koyo non ha fatto in tempo a selezionarli) – tra artisti, artiste, duo, collettivi e organizzazioni – provenienti da contesti geografici differenti, selezionati da Koyo privilegiando soprattutto risonanze, affinità e possibili convergenze tra pratiche anche lontane. N Osservando realtà attive a Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi e Nashville, la Curatrice ha immaginato come l’ingegnosità e la tensione sperimentale di ciascuno possa incontrarsi con quelle di altri artisti e movimenti, anche senza relazioni dirette. In Minor Keys si propone così di restituire e ampliare questa geografia relazionale, intessuta nel corso di una vita e fondata sull’incontro. I motivi.

Per Koyo, il nucleo concettuale della Mostra si articola attorno a motivi non definiti in astratto, ma scelti a partire da opere capaci di coinvolgere insieme anima e intelletto. L’intreccio di questi motivi si traduce in una composizione che non procede per sezioni, ma per priorità sotterranee: “Are” che rende omaggio a due figure chiave: Issa Samb e Beverly Buchanan. Entrambi hanno privilegiato la forza generativa dell’arte rispetto alla monumentalità, lavorando sulla memoria dei luoghi e sulla dimensione comunitaria ; processioni ispirate ai raduni afro-atlantici, dove il pubblico è chiamato a muoversi e non solo a osservare; meraviglia contrapposta a cinismo verso il potenziale trasformativo dell’arte; riposo spirituale e fisico delle oasi, intese come tonalità o isole interne ai singoli universi creativi; e infine “Scuole”, espressione del suo impegno nella costruzione di istituzioni orientate a un fine sociale. Questi fili attraversano pratiche diverse e generazioni differenti, tracciando un percorso che si dispiega nei luoghi di In Minor Keys.

Nel corso del lavoro curatoriale, molte suggestioni hanno trovato eco nei riferimenti letterari condivisi da Koyo come fonti d’ispirazione, tra cui Beloved di Toni Morrison e Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez, accomunati dall’attraversamento di mondi e soglie temporali e da un realismo magico che intensifica il registro emotivo. «Quando ho invitato Koyo Kouoh a raggiungermi a Ca’ Giustinian sede della Biennale - ricorda Buttafuocomi disse: “ tutto mi sarei aspettata tranne di essere chiamata a Venezia alla guida della mostra d’arte contemporanea proprio da lei». Con il suo procedere diretto mi disse, sorridendo: “tu sei siciliano, dunque africano”. Il sorriso di chi sa, preludio al punto essenziale: il centro. E tra noi si palesò il baffo furbo di Gurdjieff, il richiamo a un centro di gravità permanente. “Cerchiamolo insieme”, mi disse. Più tardi pubblicò su Instagram una storia: Venezia e le note di Centro di gravità permanente, di Battiato. Un modo sotterraneo e segreto di intendersi e parlarsi. È la cura che rivela l’impegno attivo nel mondo, nella sua gettatezza; è la progettualità dell’esserci, nel ritrovarsi in questo mondo attraverso la relazione con gli altri». E conclude: «Mentre il mondo alza il volume e le voci si sovrappongono nel frastuono - fino ad annullare i significati - esiste un solo modo per comunicare, creare una zona d'ascolto sintonizzata su una frequenza minore. Più raccolta, accogliente, umana, e non per questo meno carismatica».