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Bibbia, le rocambolesche avventure del libro dei libri

Lo storico Vian ricostruisce 23 secoli di testi sacri, inseguendoli nei loro incredibili viaggi tra Europa e Oriente
di Roberto Coaloavenerdì 27 febbraio 2026
Bibbia, le rocambolesche avventure del libro dei libri

4' di lettura

Che cos’è la Bibbia? Pare una domanda semplice, ma non lo è. Ci si dimentica che la Bibbia non è “un libro”, ma una raccolta di volumi, dai formati diversi e materiali ormai desueti, in forma di rotoli o di grandi tomi, nati durante un tempo millenario. Ora, lo storico e giornalista Giovanni Maria Vian, allievo dell’indimenticabile classicista Manlio Simone t t i (1926-2017), oggi tra i massimi studiosi del giudaismo e del cristianesimo, ordinario di filologia patristica presso l’Università La Sapienza di Roma, propone nel volume Le vie delle Bibbie (Il Mulino, pp. 240, Euro 16) una storia inesauribile e affascinate.

Innanzitutto, non è “un libro” e non è nata in Europa la Bibbia. Il suo nome - dal termine greco Biblia, “libri” - indica che si tratta di una raccolta di testi, di fatto una biblioteca. Scritti da autori diversi in generi letterari diversi, i testi sono stati scritti in tre lingue: ebraico, aramaico, greco. Forse, si potrebbe collocare la loro nascita nelle terre comprese tra l’antica Babilonia a oriente e Roma a occidente. In molti libri domina il racconto, in altri raccolte di leggi, in altri la preghiera e a volte testi sapienziali o lettere dirette a comunità credenti e, infine, rivelazioni riguardanti la fine del mondo, l’Apocalisse. Questi libri sono stati radunati da credenti aventi la fede nel Dio Uno, diventando per gli Ebrei una libro-Scrittura e per i Cristiani la Bibbia. Quest’ultimi hanno aggiunto una raccolta di libri: «Nuovo Testamento». Giovanni Maria Vian, in maniera precisa, sostenuto da una scrittura brillante, ci accompagna in un viaggio indimenticabile tra la raccolta di pezzi unici, attraverso “vie” che avrebbero deliziato Eco e Borges e che fanno sprofondare chi scrive in un andito buio perla sua ignoranza, limitata alla conoscenza di Bibbie “illustrate”, come quella ammirata tanto tempo fa, da vero flâneur mediterraneo, a Napoli; un manoscritto del 1360, decorato, contenente il testo latino della Vulgata e, in appendice, il Salterio e il glossario con l’interpretazione dei nomi ebraici.

VICENDE STRAORDINARIE
Vian, invece, in pagine memorabili, accompagna il lettore nelle tante “storie” delle Bibbie. Ecco, ad esempio, la Corona di Aleppo e il codice di San Pietroburgo (o di Leningrado, secondo la denominazione dell’era sovietica spesso ancora usata). Testi assai diversi e, cosa ancor più affascinante, vicende straordinarie. Sul codice di San Pietroburgo si fondano le moderne edizioni critiche. Questo manoscritto deriva dalla tradizione dei Ben Asher, e dunque in origine dalla Galilea. Il colophon attesta però che viene trascritto al Cairo nel 1008. Si chiede Vian: «Forse dal codice di Aleppo durante la sua permanenza in Egitto?». La caratteristica del testo sembrerebbe autorizzare questa ipotesi. Poco si sa della sua storia, ma nel XVI secolo il manoscritto era a Damasco. Decisivo si rivela il suo acquisto, forse tra il 1863 e il 1865, da parte di un caraita di Crimea.

Autorevole e colto, lo studioso si adopera in ogni maniera per proteggere la sua comunità dal crescente antisemitismo fomentato anche dall’accusa di deicidio e arriva per questo a falsificare supposti reperti archeologici. Con successo questo personaggio sconosciuto ai più, ma non agli studiosi, fa risalire all’età precristiana la presenza in Russia dei caraiti, assicurandone la discendenza dalle dieci tribù perdute (cioè disperse, a differenza di quelle di Giuda e di Beniamino rimaste nella terra d’Israele), e scagionando in questo modo la sua comunità dalla responsabilità nella crocifissione di Cristo.

Per decenni, grazie a ripetuti viaggi nel Vicino Oriente, fa incetta di molte migliaia di manoscritti, poi venduti per una somma enorme alla biblioteca imperiale di San Pietroburgo. Ignoto resta il luogo dove aveva acquistato il codice: forse ad Aleppo o a Gerusalemme, meno probabilmente al Cairo. In ogni caso, via Odessa, nel 1876 il manoscritto arriva nella capitale degli Zar.

Vian racconta ben ventitré secoli di “Bibbie”. Le distanze enormi percorse dai libri, scoperti e materialmente trasportati da uomini, e da alcune donne emancipate, intelligenti e appassionate è di per sé una ricerca piena di sorprese. Non ci sono tutte le “vie”: perché le Scritture sacre di ebrei e cristiani sono arrivate un po’ ovunque: già in età antica e nei primi secoli del medioevo, penetrano fino all’Etiopia e nel cuore dell’Asia centrale, tradotte, trascritte, illustrate in lingue lontane. I libri biblici emergono dunque da un lungo processo che matura in una regione aperta agli influssi più diversi. Inoltre, al pari della quasi totalità dei testi letterari dell’antichità, gli originali sono perduti. Copie comunque antichissime si sono però salvate. Disparatissime e in gran parte ignote sono le vie attraversate nei secoli dalle Bibbie, veri capolavori dell’umanità. Nondimeno si distinguono alcune direttrici principali. Per oltre un millennio, fino alla metà del XIX secolo, i manoscritti biblici ebraici medievali viaggiano per lo più in Siria e in Egitto. Restano cioè in regioni che non sono lontane dai luoghi dove il testo originario è nato e dove i codici sono stati trascritti: soprattutto a Tiberiade, in Galilea.

LA DIASPORA
Vicende successive hanno portato alla loro dispersione, e del tutto comprensibile è la volontà di porre fine a questa diaspora dei manoscritti. Resterà certo in Russia il codice di San Pietroburgo, il più antico manoscritto della Bibbia ebraica rimasto integro, venduto dal suo scopritore, il caraita Abraham Firkóvic, ed entrato nella biblioteca imperiale di Pietroburgo nel 1876. Più antico di un secolo ma monco è il codice di Aleppo, ora in Israele, dove è stato smembrato per motivi di lucro dopo il 1958 in circostanze oscure. Controversa è invece la vicenda dei manoscritti del Mar Morto, scoperti a partire dal 1947 e acquisiti da Israele nei primi anni dopo la proclamazione dello Stato. I manoscritti biblici greci si sono ovviamente diffusi molto di più, e dunque sono molto più numerosi di quelli ebraici. Per quanto riguarda i testi del Nuovo Testamento, i papiri sono anche più vicini ai primigeni, dai quali a volte solo pochi decenni li separano.