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La cultura italiana unisce arte e popolo

La polemica nata in questi giorni intorno a una battuta di Aldo Cazzullo sulla canzone di Sal Da Vinci – musica “da matrimonio della camorra” – ha riaperto una discussione che in realtà accompagna la cultura italiana da molti decenni
di Enrico Stinchellidomenica 8 marzo 2026
La cultura italiana unisce arte e popolo

3' di lettura

La polemica nata in questi giorni intorno a una battuta di Aldo Cazzullo sulla canzone di Sal Da Vinci – musica “da matrimonio della camorra” – ha riaperto una discussione che in realtà accompagna la cultura italiana da molti decenni. Non si tratta di stabilire se una canzone piaccia o meno: i gusti sono liberi e lo saranno sempre, il punto è un altro. È quel vecchio riflesso con cui una certa élite culturale guarda con sospetto tutto ciò che nasce davvero dal popolo. Questo atteggiamento ha perfino un nome preciso: radical chic. L’espressione fu coniata negli anni Settanta dallo scrittore americano Tom Wolfe, che descriveva con ironia una borghesia progressista capace di parlare continuamente di popolo e rivoluzione, ma con un certo imbarazzo quando il popolo si esprime davvero. Wolfe raccontava salotti dove si discuteva di rivoluzione davanti a un pianoforte Steinway e a un buffet impeccabile: una fotografia perfetta di quella curiosa miscela di idealismo e snobismo. In Italia questo atteggiamento ha avuto una lunga storia. Per anni la cultura popolare è stata guardata con sufficienza, quasi con fastidio. Totò fu considerato per decenni poco più che un comico da avanspettacolo prima di essere riconosciuto come uno dei più grandi attori del Novecento.

Alberto Sordi è stato accusato di essere troppo “nazional-popolare” per essere preso sul serio. Vittorio De Sica, che pure avrebbe cambiato la storia del cinema mondiale, ha dovuto affrontare lo stesso sospetto e, ancora più evidente, è il caso di Eduardo De Filippo e di suo fratello Peppino, che per tutta la vita hanno dovuto combattere contro il pregiudizio di una parte della critica convinta che il teatro napoletano fosse poco più che folklore. Oggi quelle stesse opere sono considerate patrimonio culturale nazionale. Il paradosso è che la grande cultura italiana nasce proprio dall’incontro tra arte e popolo. Dante sceglie il volgare perché vuole essere capito da tutti, non da una minoranza di eruditi. San Francesco predica nelle piazze e perfino l’arte che oggi consideriamo più “alta”, l’Opera lirica, nasce come spettacolo popolare. Nei primi teatri pubblici veneziani del Seicento la platea era occupata dal popolo: gondolieri, artigiani, gente comune che seguiva con passione il melodramma. Nei palchi stavano i nobili, spesso più interessati alla vita mondana che alla musica. Le cronache dell’epoca raccontano persino episodi di disprezzo sociale: oggetti lanciati dai palchi verso la platea, sputi e scherni verso chi stava sotto. In un certo senso, i radical chic di oggi ricordano proprio quella presunta élite affacciata ai palchetti: convinta di rappresentare la cultura “alta”, ma in realtà incapace di capire la vitalità di ciò che nasce dal basso. I melodrammi dell’Ottocento non erano destinati a un’élite di intenditori.

Erano teatro vivo, frequentato da un pubblico vasto, rumoroso, appassionato. Le arie di Verdi si cantavano per strada. Il melodramma era, a tutti gli effetti, cultura popolare ed è qui che la storia della cultura italiana diventa istruttiva. Nella nostra tradizione ciò che nasce dal popolo – dalla canzone alla commedia, fino al melodramma – finisce quasi sempre per diventare la forma più autentica della nostra cultura. Per questo ogni volta che riaffiora il vecchio riflesso radical chic ( e di chic ora non c'è più assolutamente nulla ma piuttosto la presunzione che il gusto del pubblico sia qualcosa da guardare con sospetto) conviene ricordare un fatto molto semplice: la cultura italiana non è mai stata una piramide che scende dall’alto verso il basso. È stata, piuttosto, un continuo dialogo tra arte e popolo. Quando quel legame resta vivo, significa semplicemente che la cultura continua a parlare a tutti.