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Il presunto Van Gogh: è una crosta o vale 150 milioni?

di Luca Puccini mercoledì 8 aprile 2026

3' di lettura

È un all-in, non ci sono mezze misure. O quel dipinto è una “crosta” senza alcun valore, né più né meno come quei quadri ricalcati che si facevano alle medie, solo (in questo caso) spennellato con qualche tocco di attenzione in più; oppure è un capolavoro da destinare al grande patrimonio artistico dell’umanità, che dovrebbe stare dentro un museo ed essere ammirato e potrebbe valere addirittura 150 milioni di euro. Prendere o lasciare, anzi salvare o mandare al macero (giudiziario) perché quella che segue è una vicenda a metà tra il mistero e l’arte, tra la magistratura e i collezionisti più accreditati. Ruota, però, tutta attorno a lui, a Les Meules, tradotto: I covoni, datato: (forse) 1888, firmato: (magari) Vincent Van Gogh, conteso (oggi sì) perché la sua autenticità non si riesce proprio a dimostrare.

È il 2007, una vita fa: in Italia governa Prodi, papa Ratzinger non s’è ancora dimesso, sta per uscire il primo iPhone della storia e due vicentini, Umberto Ferrigato che fa il notaio e Cipriano Tessarolo che fa l’imprenditore, da una società estera che è la Lanvalley investments inc, per una cifra simbolica concordata a mille euro, comprano questo dipinto che già adesso non mette d’accordo nessuno (e, infatti, il prezzo stracciato con cui se lo portano a casa lo testimonia). È un Van Gogh? È un falso seppur abilmente riprodotto?

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Passano gli anni e la questione non si deprime, ma nel 2019 succede l’imprevedibile: Ferrigato e Tessarolo denunciano una tentata truffa per una vendita (mai avvenuta) da quattordici milioni e, nei guai, finiscono loro stessi perché l’imprenditore (assieme al suo commercialista Bruno Ceccon) viene accusato a sua volta di contraffazione. Quel dipinto, dicono le autorità, non viene dalla mano esperta del maestro olandese: vuoi vedere che dietro c’è un giro poco chiaro? In realtà no perché a febbraio del 2026 (quindi poco fa) il tribunale assolve tutti con formula piena, il-fatto-non-costituisce-reato, nel frattempo che fine fa Les Meules?

È la domanda da 150 milioni di dollari: da allora il quadro è nei depositi del comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, a Roma, e su di esso non è ancora scattato il dissequestro anche se i giudici hanno ordinato la sua restituzione a Tessarolo e alla vedova di Ferrigato, Maria Antonietta Gasparoni, i quali ne hanno la proprietà rispettivamente al 65 e al 35%. «Siamo giunti in tempo prima che venisse distrutto», fa sapere al Corriere del Veneto l’avvocato Luigi Ravagnan che ha seguito il procedimento: ché sì, è vero, per legge le opere d’arte false vanno eliminate (anche per evitare di immetterle nel racket del contrabbando, ma qui di cosa stiamo parlando visto che l’ultima parola non è ancora stata pronunciata?).

Alla sbarra si è trattato di un dettaglio (il rosso dei tetti della fattoria sullo sfondo, un elemento incompatibile con l’anno di attribuzione secondo la perizia dei pm e che, invece, sarebbe da considerare come un’opera successiva di restauro per gli esperti della difesa), nella vita di tutti i giorni è la possibilità ancora aperta (l’unico che può pronunciarsi, ora, è il Van Gogh museum di Amsterdam) di diventare milionari grazie a un acquisto azzardatamente fortunato. Non che non sia mai accaduto prima. Il contrario. Citofonare (per esempi concreti) all’imprenditore marchigiano Paolo Guzzini che, una quindicina di anni fa, ha comperato da alcuni rigattieri vicino all’autodromo di Le Mans per (pure lui) qualche migliaia di euro un ritratto a Mario Cavaglieri fatto da Modigliani che gli si è rilevato nella sua autenticità solo l’anno scorso grazie a un timbro presente sul retro della tela che lo ha portato a un negozietto di Montmartre frequentato da Modì agli inizi del Novecento.

Oppure chiedere ad Anne Norton Craner, un’esperta d’arte della Potmack company statunitense, cosa ha provato quando, nel 2012, una signora della Virginia le ha mostrato quel quadro che aveva scovato in un mercatino delle pulci per soli sette dollari e a lei è bastato un colpo d’occhio per capire che aveva davanti il Paysage bords de Seine di Renoir, peraltro rubato al museo di Baltimora nel 1951. O ancora ricordare la sorpresa del restauratore Eric Turquin mentre maneggiava la tela di 144 per 173 centimetri che era rimasta per 150 anni nel solaio di una coppia di Tolosa, in Francia, la quale dodici anni fa è salita in soffitta per controllare una perdita d’acqua e l’ha notata: lui spergiura che sia un Caravaggio (Giuditta e Oloferne, 1603). Non succede spesso, però succede.

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