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Caravaggio dipinse la sua vita nei chiaroscuri dei quadri

I tormenti, le prostitute, le risse, gli amori: il saggio della direttrice della Galleria Borghese ricostruisce la travagliata biografia del Merisi attraverso i dipinti famosi
di Bruna Magi sabato 18 aprile 2026

4' di lettura

Un dipinto può essere la chiave di lettura di una vita, addirittura la base di una biografia? Sicuramente può esserlo la vita di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio dal suo luogo di nascita, del quale conosciamo l'esistenza come una cavalcata di ripetizioni ossessive legate alla maschera del personaggio. Troppo caleidoscopico per essere rinchiuso in una sequenza di date. Troppo avanti per restare catalogato nell’ambito del suo tempo, Michelangelo Merisi sfida e provoca tutto e tutti.

La sua vita è un susseguirsi di eventi tra risse e processi, tramandate sino ai nostri giorni tra vuoti e tracce che si perdono, tra mille sofferenze e provocazioni. Più volte raccontato nelle vite romanzate, biografie, film, con i volti di Amedeo Nazzari, Riccardo Scamarcio, il bravissimo Alessio Boni nella fiction televisiva, in quel suo tormento di vivere che lo perseguitò ed esaltò.


LA SFIDA DELLA VITA

Ecco, tornando al principio del racconto, scopriamo una nuova modalità di interpretarlo attraverso l’idea vincente del saggio Caravaggio, una vita in dieci quadri (Le Scie Mondadori, pagg.173, euro 20) di Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese, storica, profonda conoscitrice del Merisi che ha contribuito al ritrovamento de La cattura di Cristo, oggi alla National Gallery di Dublino.

Il fil rouge della vita di Caravaggio è l’ossessione folle, come drogata dall’impossibilità di rinunciare alla sfida quotidiana con la vita e la conseguente ripetitività disperata di duelli, assassini, prostitute. Le stesse meretrici che concedono i loro corpi oltraggiati al pittore considerato pazzo il quale poi le trasforma in Madonne.

L’esistenza di Caravaggio fu una vita dedicata alla pittura persino più di quanto non lo fosse stata quella del Michelangelo immenso che lo aveva preceduto, la differenza sta nel fatto che Buonarroti morì a quasi ottantanove anni, lui a trentotto, stremato dalla febbre e inseguito da una condanna a morte per omicidio.

Tutto il resto ha poco senso, perché Merisi, nato in una famiglia povera, ma subito contaminato dall’arte (il padre lavorava nella fabbrica del Duomo a Milano), vissuto sul filo del rasoio, tra fermenti carnali oltre ogni limite, angoscia ed esaltazione, angelo e demone, assassino con il cuore colmo di generosità, e quindi secondo il “taglio” di questo libro non poteva essere quello di una normale biografia. E Francesca Cappelletti la scrive attraverso le sue opere. Ne ha scelte dieci che vibrano come una lama di spada, le date e i momenti sono spartiacque fra i suoi celeberrimi lampi di luce, e il confine del buio: miracolo del genio, in quella linea invisibile c’è scritta la sua vita miserabile nei vicoli e nelle taverne, il vino tra i i rifiuti e la sporcizia, tradotti nei quadri innalzati alla gloria nei palazzi sontuosi dei committenti, aristocratici e papi, comunque mecenati. Leggiamo che era l’11 luglio 1597 quando, fra le strade di Roma, apparve per la prima volta Michelangelo Merisi da Caravaggio nella descrizione prevale il colore “negro”: «la barba rada, il cappello e i vestiti, a volte un po’ trascurati. Parlava con accento lombardo, ed era accompagnato, quella sera, da un mercante di quadri e da un altro pittore».

IL VINO E L’AMORE

Nel Bacchino malato, conservato alla galleria Borghese, non è difficile riconoscere il ritratto del pittore abbandonato agli eccessi del vino, o la sua immagine fragile e sofferente. E il sangue che insegue la vita del pittore è quello della gola di Oloferne, recisa dalla spada impugnata da Giuditta (vedi il quadro Giuditta e Oloferne). La vocazione di San Matteo trova ispirazione nelle sue taverne, e la Conversione di Saulo interpreta la possibilità di trovare la propria strada proprio quando si è accecati dalla luce.

L’Amore vincitore, che accoglie i visitatori alla Gemaldegalerie Galerie di Berlino, domina la copertina di questo ricchissimo libro, ha un sorriso irridente verso gli altri perché questo è l’amore e non cambia nel corso dei secoli. Il primo proprietario, il marchese Vincenzo Giustiniani, lo descriveva così nel suo inventario: «Un quadro con un Amore ridente, in atto di dispregiar il mondo, che tiene sotto con diversi strumenti, corone, scettri e armature, chiamato per fama il Cupido del Caravaggio». Perché amore ride. E ha sempre a che fare con la conoscenza.

Costruire imperi, edificare palazzi e città: l’Amore di Caravaggio sorride di tutto questo impugnando le frecce, che tiene per ora rivolte verso l’alto e verso l’interno del quadro, ma potrebbe sempre scoccare verso lo spettatore. Non siamo di fronte al puttino tenero della mitologia, l’Amore di Caravaggio è un tipo tosto. Le frecce sono rosse e nere, capaci di far impazzire di felicità o uccidere di dolore il destinatario. Proprio come lui.

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