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La cultura di destra è meno disciplinata, quindi più forte

Cosa dimostrano i casi di Beatrice Venezi e della Biennale di Venezia
di Giordano Bruno Guerri domenica 3 maggio 2026

2' di lettura

Caro Direttore, dal presunto pasticcio di Venezia e di Venezi è possibile trarre una conclusione che non ho letto da nessuna parte: è il trionfo della “cultura di destra”. (Adotto per semplificare l’orribile definizione, la cultura non può essere né di destra o né di sinistra, la cultura è una, con diverse sfumature e diverse posizioni di caso in caso: se invece si hanno posizioni monolitiche sono soltanto due rese al servizio della politica).

I fatti di Venezia sono il trionfo della “cultura di destra” perché confermano la sua vera caratteristica: la destra è (dovrebbe essere) il luogo che privilegia l’individuo e la sua libertà rispetto a una “cultura di sinistra” che privilegia le masse e il pensiero univoco.

Così, mentre si attacca in massa quel che accade a Venezia, la “cultura di destra” dà il meglio di sé dimostrando la propria variegata autonomia, sintetizzata dal contrasto Buttafuoco-Giuli. I quali hanno entrambi ragione: se fossi stato al posto di Buttafuoco avrei fatto come lui, perché l’arte e le scelte artistiche devono essere indipendenti da quelle politiche; se fossi stato al posto di Giuli (che probabilmente la pensa come Buttafuoco) avrei fatto come lui, perché occupando una carica di governo non può che essere coerente con le scelte nazionali e internazionali di quel governo. Che non si tratti di posizioni di comodo è palese nel loro essere entrambe scomodissime.
Gli “intellettuali di destra” vanno ognuno per conto proprio, questa è la loro forza e la loro debolezza. Forza, perché mantengono l’autonomia di pensiero e di azione; debolezza, perché così non raggiungeranno mai la cosiddetta “egemonia culturale”, ottenibile soltanto se – come avviene a sinistra – ci si muove come un sol uomo, in schiere compatte sui grandi temi, evitando con cura contrasti veri con la propria parte politica. Guardate invece cosa accade a destra, oltre i casi Buttafuoco-Giuli, ripassando l’elenco dei nomi che sempre si fanno.

Ebbene, Marcello Veneziani spara a pallettoni sul governo e prosegue il suo sdegnoso ritiro da attività pubbliche che non siano scrivere quel che pensa. Alessandro Campi, l’altro ieri ha criticato la Rai di governo e il modo di intendere l’”egemonia culturale”, in contemporanea a simili critiche e distinguo di Franco Cardini. Beatrice Venezi si sdegna contro il governo accampando – giustamente – non la perdita di un posto, ma un danno alla propria professionalità. E di professionalità mi occupo io(se proprio mi si vuole mettere fra gli “intellettuali di destra”), annoiato dalle polemiche sulla “cultura di destra” in omaggio alla cultura del fare.

Tutto ciò è, appunto, il trionfo della “cultura di destra”, nel suo essere diversa da individuo a individuo, nel non procedere come un battaglione disciplinato e rispettoso della “linea”. È una lezione di libertà di cui andare fieri. E lieta dell’allegra parata selvaggia rimbaudiana deve essere Giorgia Meloni, perché questa è la vera cultura di destra, questa è la sua egemonia.

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