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Il Vaticano ha dimenticato l’esistenza dell’anima

Com’è possibile che si sia “accantonata” la parola “anima” il cui significato teologico e filosofico è fondamentale nella dottrina cattolica?
di Antonio Soccisabato 6 giugno 2026
Il Vaticano ha dimenticato l’esistenza dell’anima

2' di lettura

Il 3 giugno, all’Associa- tion of Catholic Colleges and Universities (Usa), Leone XIV ha detto: «È mia speranza che gli studenti possano sempre trovare nelle vostre Istituzioni la sana dottrina (cfr. 2 Tm 4, 3) affidata alla Chiesa». Parole sacrosante. Ma la “sana dottrina” sarebbe necessaria anzitutto in Vaticano, a cominciare dai Dicasteri che hanno scritto l’enciclica Magnifica Humanitas. Com’è possibile, infatti, che si sia “accantonata” la parola “anima” il cui significato teologico e filosofico è fondamentale nella dottrina cattolica? Eppure non c’è fra le 40mila parole dell’enciclica. C’è una citazione degli Atti degli Apostoli 4,32 («La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede ave va un cuore solo e un’anima sola») e una del Magnificat («la sua anima magnifica il Signore»).

Ma non c’è la parola “anima” nel discorso dell’enciclica, nella riflessione sull’Intelligenza Artificiale. La sua assenza è sorprendente, non perché vi sia l’obbligo di usare sempre questa parola, ma perché proprio l’anima, nel suo significato profondo, è la formidabile risposta cattolica ai problemi che, secondo l’enciclica, vengono posti dall’IA. La Magnifica Humanitas infatti è incentrata sul rapporto e sulla diversità fra intelligenza umana e IA. Qual è dunque la differenza vera che c’è (e ci sarà per sempre) fra l’uomo e l’IA? L’enciclica dice ciò che dice il mondo, non ciò che insegna la Chiesa. Lo si vede al n. 99. S’invita a «evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana» perché «questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana», ma si tratta di un «trattamento dei dati», i sistemi di IA «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità.

Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze... Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di “apprendere”, il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana». Roberto De Mattei ha osservato che questo «non chiarisce perché l’equiparazione tra intelligenza umana e artificiale sia impossibile».

Ecco la sua ris p o sta: l’IA «manca di un’anima razionale spirituale, principio intrinseco delle operazioni intellettive. L’enciclica formula invece la distinzione fra uomo e IA in termini puramente fenomenologici, sul piano dell’esperienza, dell’affettività e della relazionalità, dimenticando o ignorando che la distinzione decisiva è ontologica». Se la Chiesa parlasse di anima immortale, forma sostanziale del corpo, sede della conoscenza e della moralità, darebbe quella risposta che anzitutto è razionale (infatti c’era già arrivata la filosofia greca) e che apre alla Rivelazione cristiana. È evangelizzazione. Sul mistero della coscienza umana, fra l’altro, riflettono oggi studiosi di neuroscienze, linguistica, fisica... Ma evidentemente al Dicastero dell’ultra-progressista cardinal Czerny, dove hanno redatto l’enciclica, non è scarsa solo la “sana dottrina” cattolica, ma anche la cultura necessaria per capire che parlare di “anima” non è una cosa da bigotti. È il contrario.
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