Cosa possono avere in comune una pittrice comunista messicana dal corpo martoriato e la diva glam più desiderata di Hollywood? Molto più di quanto si pensi. È la tesi, affascinante e sorprendente che ha ispirato la realizzazione della mostra Frida Kahlo e Marilyn Monroe. Vite parallele, dal 27 giugno a Palazzo dei Priori di Fermo. Curata da Carolina Dema, Tanino Bonifacio e Alberto Rossetti, l'esposizione - che sarà visitabile fino al primo novembre - mette in dialogo due icone assolute del Novecento attraverso oltre 120 fotografie e una selezione di opere contemporanee che testimoniano come il loro mito continui a ispirare artisti e pubblico. Il percorso prende avvio dall'infanzia delle due protagoniste e segue in parallelo la loro crescita, mostrando come dietro destini apparentemente oppostisi nascondano sorprendenti affinità. Le immagini di grandi fotografi come Nickolas Muray, Imogen Cunningham, Lucienne Bloch, Edward Weston, Richard Avedon, Cecil Beaton, Milton Greene e Sam Shaw raccontano le rispettive trasformazioni: Frida da ragazza segnata dalla poliomielite e dal devastante incidente che le cambiò la vita e Marilyn da fragile Norma Jeane a simbolo universale della femminilità.
FRAGILITÀ DEL MITO
Come sottolinea il curatore Alberto Rossetti, la mostra mette in luce «le loro lotte, le loro passioni e le loro creazioni» e rivela come entrambe siano state accomunate da «amori tormentati, dalla volontà di diventare madri ma che la vita ha loro negato e da un impegno politico che le ha viste sempre in prima linea a difendere i propri ideali». Tra le sezioni più intense emerge proprio quella dedicata al rapporto con il corpo. Frida deve fare i conti con una poliomielite infantile ed un gravissimo incidente nell’adolescenza che la costringerà ad indossare quasi sempre un busto. Marilyn si rifugia nelle poesie, che scrive in segreto, per non essere sopraffatta dalla sua immagine pubblica. «Il più grande atto artistico di Marilyn – secondo la critica Carolina Dema - è stato quello di capitalizzare il suo corpo, la sua bellezza, rinunciare a essere persona per diventare fantoccio dei media, icona hollywoodiana», ricordando però come dietro quella maschera si celasse una donna impegnata nelle battaglie civili e sociali del suo tempo. Di Frida osserva invece che «il più grande atto artistico è stato emanciparsi dallo stato di fantoccio del suo corpo diversamente abile, trasformando dolore e malattia in una potente dichiarazione politica, rendendo il tutto un manifesto rivoluzionario».
WARHOL E MURAY
Un intreccio che amplia la visuale sulle due figure oltre la cronaca biografica e la semplice celebrazione pop. Non a caso la mostra gode di una ulteriore appendice legata all’arte contemporanea ispirata da Frida e Marilyn. Due sale nelle quali si incontrano, tra le altre opere, le celebri elaborazioni di Andy Warhol che trasformò il volto di Marilyn in una delle immagini più iconiche della Pop Art. Sono presenti inoltre opere di Marco Nereo Rotelli, Omar Ronda, Danila Mancuso, Giuliano Grittini e Xu De Qi, autore di una fedele reinterpretazione de Le due Frida, il capolavoro monumentale della pittrice messicana che la magia dell’istante rappresentato da una fotografia scattata dall’amante della Khalo, Nickolas Muray, datata 1938, ci restituisce un’immagine della pittrice intenta a dipingere proprio quella che è la sua maggiore estensione artistica. Tanto quanto gli scatti presi dai set dei film più importanti di Marilyn che rendono alla perfezione lo specchio caleidoscopico (e talora persino deformante) nel quale finiscono le vite delle dive. Un magico sintetizzatore capace di trasformare tutto, privato e pubblico, in arte e oggetto di culto per le masse. Persino i frangenti più dolorosi di due giovani esistenze che hanno voluto decidere l’istante preciso in cui volare via. Un destino incrociato che porterà le artiste a cercare la morte: Marilyn a trentasei anni, con overdose da barbiturici e Frida a quarantasette anni, quasi certamente per eutanasia seguita all’amputazione della gamba destra.