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Ecco il bestiario della cancel culture all'italiana

Da Laura Boldrini inginocchiata in Parlamento alle battaglie contro la bianchezza, passando per l’imbrattamento della statua di Montanelli. E poi i deliri sullo schwa e Cristoforo Colombo...
di Lorenzo Cafarchiosabato 22 agosto 2026
Ecco il bestiario della cancel culture all'italiana

3' di lettura

Il giorno della fine della fase woke? Il dibattito a seguito delle parole della statunitense Alexandria Ocasio-Cortez - «Il primo woke? È stato folle» - copre il finire dell’estate. Cosa resta, quindi, della cultura della cancellazione in Italia? Apriamo la Treccani. «Woke. Detto di chi si sente consapevole dell’ingiustizia rappresentata da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualunque manifestazione di discriminazione verso i meno protetti», in sostanza la solita divisione manichea del mondo. L’inizio? Chi come Enrico Franceschini, su Repubblica, lo fa risalire agli anni ’40 negli States e chi ai tempi del MeToo - a colpi di hashtag quando nel 2017 venne accusato di violenza sessuale il produttore cinematografico Hervey Weinstein aprendo, in questo modo, lo scandalo a Hollywood. Oppure chi, arrivando al 2020, lo lega alle proteste del movimento Black Lives Matter.

Così la colpa dell’atroce morte di George Floyd da attribuire alla bianchezza. Il nostro Parlamento il 9 giugno 2020 ha registrato l’inginocchiamento, simbolo della battaglia Blm, di Laura Boldrini. «È importante ribadire anche in quest’Aula, un “no” forte e chiaro contro ogni forma di discriminazione». E via con la cantilena: «Non respiro perché sono donna, io non respiro perché sono disabile, io non respiro perché sono immigrata», una parte dell’elenco citato dalla deputata del Pd. Giovanni Donzelli, esponente di FdI, rispose dicendo che «Laura Boldrini ha messo in atto una sceneggiata che squalifica anche la stessa lotta al razzismo».

Impossibile non incrociare la strada di Alessandro Zan e del suo disegno di legge sull’omo-bi-transfobia. L’alfiere dem, siamo sempre nel 2020 anno domini del wokismo tricolore, nel suo ddl chiedeva un allargamento della famigerata legge Mancino per punire ogni forma di violenza e discriminazione in merito all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Iter che venne respinto dal Senato il 27 ottobre 2021.

La battaglia culturale sul tema ruotava tutta attorno alla libertà d’espressione. Il 30 giugno 2020 Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, in un’audizione affermò che il ddl accresceva «l’incertezza sull’ambito delle condotte punite penalmente, che tra l’altro potrebbe suscitare la propensione a usare lo strumento della denuncia penale per colpire la manifestazione di orientamenti dissenzienti rispetto a tesi sgradite o dominanti».

Come non ricordare la copertina, correva l’anno 2021, de L’Espresso - in vista del 17 maggio ovvero la giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia - in cui veniva presentato un disegno in copertina raffigurante un uomo barbuto incinto con la scritta sul pancione «la diversità è ricchezza». La volontà di scandalizzare. Uno scarabocchio sul muro solo per vedere l’effetto che fa, per vedere picconata e decostruita l’identità partendo da quella sessuale.

Impossibile non citare l’imbrattamento della statua di Indro Montanelli, situata a Milano nel parco che prende il nome proprio dal giornalista toscano. Nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2020 il monumento venne ricoperto di vernice e sul basamento comparve la scritta «razzista, stupratore». Le mani dietro l’atto quelle di Lume e della Rete Studenti che sui social rivendicarono il gesto. In una lettera, giorni prima, i Sentinelli chiedevano la rimozione dell’effige perché «fino alla fine dei suoi giorni Montanelli ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e spostato una bambina eritrea di 12 anni perché gli facesse da schiava sessuale». Il tentativo di fare un processo alla storia coi parametri fanatici della cancel culture.

Negli anni abbiamo incontrato gli schwa, il femminile sovraesteso - «A nome di tutte noi» ovvero il discorso pronunciato al cospetto di Mattarella da Andrea Soncin, allenatore della nazionale femminile di calcio, dove uomini e donne spariscono tra i lemmi - il genitore 1 e il genitore 2, le carriere alias, la scultura di quattro metri di Thomas J Price in piazza della Signoria a Firenze rappresentante una ragazza nera con lo smartphone in mano - affianco alla copia del David di Michelangelo - e il no, lo scorso anno, alla mostra su Cristoforo Colombo a Genova perché “divisivo”. Avete letto un campionario del wokismo di questo lustro italiano. Ma ora si è accesa la spia nel quadro politico dei progressisti. Da che punto della finestra di Overton ripartiranno?