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Un tetto agli articoli di giornale: l'assurda proposta di Amnesty

Prof suicida dopo che la stampa aveva scoperto le sue bugie? Spunta l'idea di limitare i pezzi su una singola persona
di Costanza Cavallisabato 22 agosto 2026
Un tetto agli articoli di giornale: l'assurda proposta di Amnesty

3' di lettura

Ci aspettavamo, noialtri speranzosi (o ingenui?), che dopo la morte di Jason Arday qualcuno lassù nell’Albione si mettesse davanti allo specchio. Che Cambridge domandasse a se stessa chi avesse letto quel curriculum, l’editore chi avesse verificato quel manoscritto, la Bbc chi avesse montato quelle sei ore di programmazione senza fare una telefonata. Ci siamo distratti un attimo ed è spuntata un’idea per una nuova legge. Non sull’università. Sui giornali.

Si chiama Arday’s Law e chiede di imporre, citiamo, «limiti al numero di articoli di giornale pubblicati su un singolo individuo entro un determinato periodo di tempo». Oltre tremila firme e la benedizione di cinque associazioni interne ad Amnesty International UK, per le quali l’inchiesta su Arday è stata una «brutale caccia alle streghe razzista». Amnesty, che nacque per contare i prigionieri di coscienza, adesso conta gli articoli. Ripassiamo il caso. Nel 2023 Cambridge nomina Arday il più giovane professore nero della sua storia, un suo superiore lo definisce il migliore al mondo nel campo in cui lavora. Il migliore al mondo raccontava di essere stato muto fino a 11 anni e analfabeta fino a 18, di aver corso 30 maratone in 35 giorni. La sua tesi di dottorato, passata a un software antiplagio, restituiva interi passaggi ricalcati da una dissertazione altrui, refusi compresi. Lui ha negato il plagio ammettendo errori, e l’ateneo che gli aveva conferito il dottorato ne ha confermato la validità. Il 5 agosto si è dimesso. Il 14 è stato trovato morto in casa. In tre settimane i giornali britannici gli hanno dedicato 249 articoli, 188 dei quali negli ultimi nove giorni.

Resta il fatto: la tesi ha dei passaggi incriminati e nessuno l’aveva mai aperta. Controllare, in quel sistema, è già un’accusa: chiedere i titoli a un’assunzione-simbolo significa farsi dare del razzista, e nessun rettore ha voglia di quella taccia. Eppure, di intellettuali neri di vaglia, e con biografie vere e più dure di quella inventata da Arday, ne esistevano già.

Thomas Sowell nacque nel Sud segregato, orfano, dormì in un ricovero con un coltello sotto al cuscino e arrivò a Harvard quando ancora non esistevano corsie preferenziali per le minoranze. Glenn Loury crebbe nel South Side, ebbe due figli da ragazzo, li mantenne frequentando il community college e finì al Mit. Nessuno dei due è diventato un simbolo e il difetto non era il curriculum, era il libero pensiero.

L’intellettuale nero, in quel mercato, non serve a fare ricerca. Serve ad assolvere. Di conseguenza, chi assolve entra, chi discute resta fuori. E siccome Sowell e Loury erano squalificati dalle loro opinioni, si è passati a Arday, che non aveva obiezioni ma aveva una storia. Bellissima. Falsa.

E adesso che è finita luttuosamente, si vuole eliminare chi l’ha raccontata. Alla veglia di Trafalgar Square gli oratori hanno denunciato Nathan Cofnas, il ricercatore che aveva passato la tesi al software. Il sindacato dei giornalisti britannici ha diffuso un comunicato contro gli attacchi ai cronisti indicando il capro espiatorio: lui. Il 20 agosto l’Università di Gand lo ha sospeso e ha aperto un procedimento disciplinare per discriminazione, con la rettrice a spiegare che la libertà accademica è importante ma non illimitata. Sarà licenziato.

Nessuno, però, gli ha smentito una riga. Un solo procedimento disciplinare, in tutta la vicenda, contro chi ha letto la tesi. Al premier Andy Burnham il Good Law Project, associazione britannica per la trasparenza e la giustizia sociale, ha spedito una lettera aperta per chiedere un’inchiesta pubblica sul ruolo della stampa nella morte di Arday: è la stessa organizzazione che a luglio definiva le accuse false e razziste. I Verdi hanno scritto la mozione “Giustizia per Arday”: prevede un’autorità che «sorvegli la coscienza dei giornalisti». Sui criteri di reclutamento delle università, nemmeno una riga. Una legge non impedirà il prossimo Jason Arday. Impedirà soltanto di venirlo a sapere. Che poi, a guardar bene, è sempre stato il punto.