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Ecco perché la guerra deve terminare entro due settimane

Gli affari nazionali e internazionali che pesano maggiormente per le mosse che dovrà fare Trump nel breve periodo, si stanno complicando dal punto di vista socio economico
di Bruno Villoissabato 7 marzo 2026
Ecco perché la guerra deve terminare entro due settimane

3' di lettura

Gli affari nazionali e internazionali che pesano maggiormente per le mosse che dovrà fare Trump nel breve periodo, si stanno complicando dal punto di vista socio economico. Entro confine c’è il problema dell’occupazione che è in calo ben oltre le previsioni, mentre perla guerra in corso è un costo finanziario che vale oltre un miliardo di dollari al giorno, a cui si abbina quello ancor più grave del perdite umane statunitensi. La situazione descritta in prospettiva tende al peggioramento, dove il calo dell’occupazione ha nell’AI il detonatore, nel secondo caso al costo diretto si associano gli indiretti in termini di ricadute problematiche con gli alleati del Golfo che - dopo aver costruito una valanga di accordi commerciali con l’amministrazione Usa- si sentivano al riparo da incongruenze straniere che ne limitassero i ritorni propri.

Ne consegue che il Tycoon, ha adesso un impellente necessità di mettere fine al conflitto, entro una massimo delle prossime due settimane con una sostanziale vittoria, non teorica ma pratica, ovvero che il riordino sociopolitico veda interferenza e appoggio di Trump. Parallelemente il presidente Usa dovrà - obtorto collo - ricordarsi dell’area Euro e di quanto e come questa debba avere un diverso ruolo nell’appoggiare le operazioni di Trump a difesa dell’Occidente. Bene ricordare che il conflitto in Iran produrrà un conto salato all’area euro, se si ferma entro i prossimi 15-20 giorni, salatissimo se va oltre, a causa della vulnerabilità energetica del Vecchio Continente e delle sue incapacità per riuscire a definire una politica economica, industriale e internazionale che sia in sintonia con quella Usa, senza però esserne sottomessa, ovvero con pari impegni e responsabilità.

Già oggi le proiezioni di crescita per il 2026 di Eurolandia sono riviste al ribasso a causa della guerra e dell’incidenza dello stretto di Hormuz, dal quale transita ben oltre il 20% del petrolio e del Gnl mondiale e l’Europa dipende pesantemente dalle importazioni, in prima istanza dall’area Mediorientale. Superando alcuni mesi di conflitto il greggio raddoppierebbe il prezzo attuale, superando i 150 dollari, condizione che rilancerebbe l’inflazione di circa 1 punto percentuale, riportandola ben sopra il 3%. Un’inflazione aggressiva che porterebbe la Bce ad abbandonare l’attuale politica accomodante che punta al taglio di almeno 1/4 di punto o meglio mezzo punto. In un tale scenario andrà a scombussolare la politica degli investimenti pubblici e privati delle famiglie, quest’ultime alle prese di nuovo con l’inflazione. Ipotizzare l’andamento dell’escalation è assai difficile, ottimale il contenimento del tempo, ossia un massimo di una-due settimane, il suo prolungarsi per alcuni mesi alimenterebbe una politica di tassi alti per combattere i prezzi, anche se servirebbero almeno tassi fermi tagli per aiutare l’economia, ovvero stagflazione.

Se poi si arrivare a tempi lunghi, a scombussolare il sistema globale non sarebbe solo l’energia, ma la paralisi della logistica globale. Dai fertilizzanti ai materiali edili, fino ai beni di consumo quotidiano, determinando uno scenario che mette a più dura prova la tenuta del sistema economico europeo. Chiaramente il pallino del scenario socio-economico-finanziario è tutto nelle mani di Trump e può danneggiare in primis proprio lui e, successivamente, il dopo Trump per i repubblicani.