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L'Europa si sveglia e prova a rilanciare la nostra industria

Così l'Industrial Accelerator Act può riportarci all'epoca d'oro dei "capitani" che rischiano e investono
di Bruno Villois mercoledì 11 marzo 2026

2' di lettura

Industrial Accelerator Act è la sigla con la quale il governo comunitario dichiara di volersi svegliare da un interminabile sonno che ha completamente sopito il peso del sistema manifatturiero continentale, pur in presenza di tre nazioni, la nostra, la tedesca e quella francese, posizionate tra le prime dieci dell’intero globo per produzione industriale ed export.

C’è da sperare che questo risveglio improvviso non tardi a dare corso alla concretezza, che mai come in questo momento è necessaria per dare un diverso peso alla comunità europea nel nuovo scacchiere mondiale in fase di definizione, sotto il dominio Usa da una parte e cinese dall’altra, con un terzo incomodo che avanza a passi ultra veloci che è l’India. Ridare un insostituibile peso all’industria, contando su risorse finanziarie proprie, senza escludere, ma limitandole, quelle dall'estero, deve rientrare a pieno titolo nel programma che dovrà declinarsi il prima possibile, visto i ritardi tecnologici, ma anche formativi del capitale umano.

Obiettivi principali del programma debbono essere quelli di rafforzare i settori strategici della manifattura continentale che si basano su tecnologie pulite e sulla capacità delle imprese di aumentare la possibilità-potenzialità di competere, mettendole in condizioni di poter affrontare la concorrenza estera, a cominciare da quella cinese, ma anche statunitense. Rafforzare le filiere è essenziale, esse rappresentano circa il 15% della composizione della manifattura europea, e sono una componente insostituibile della economia di Eurolandia. Riguardano settori primari tra i quali spiccano siderurgia, alluminio, cemento e acciaio, automotive, batterie, energia eolica, pannelli solari ecc...

A rendere particolarmente interessante Industrial Accelerator Act è la volontà politica di ricorrere alla spesa pubblica per sostenere la produzione industriale europea, puntando ad aumentare il contributo, anno per anno, ben oltre l’inflazione, dagli attuali due trilioni di euro, con svariate centinaia di miliardi di euro in più in un periodo che va dall’anno in corso al 2030. L’importo attuale degli appalti pubblici corrisponde a poco meno del 15% del Pil Europeo. La volontà è di portarlo vicino al 20% nel quinquennio.

Un obiettivo di grande interesse per poter ridare all’industria la giusta rilevanza che deve avere non solo nella competizione globale, ma anche nell’aumentare il reddito delle imprese e dei cittadini. Reddito che è all’origine della contribuzione fiscale che determina le risorse disponibili per poter dare corso al rafforzamento della produzione targata eurolandia. Nell’ultimo lustro l’industria dell’attrattività turistica e dei servizi ha sopravanzato quella della manifattura, mentre sarebbe necessario che entrambe proseguano nella crescita, apportando valore aggiunto alla qualità della vita dell’intero sistema socioeconomico.

Un Industrial Accelerator Act che trova risorse pubbliche e private adeguate può costituire sicuramente il differenziale in grado di recuperare spazio, purché a predominare sia anche la capacità di far insediare produzioni estere e parimenti che le grandi dinastie europee tornino a svolgere, in misura prevalente, il mestiere di chi li ha preceduti, ovvero di capitani d’industria che rischiano e investono. Una ricetta che ha consentito a Italia, Francia e Germania, per sessant’anni, di posizionare il sistema socioeconomico ai vertici mondiali.

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