Inutile perdere tempo a leggere i documenti dell’Istat. A fare la sintesi ci pensa il professor Nicola Fratoianni: «Un Paese dove sale la pressione fiscale e diminuisce il reddito delle famiglie è un Paese in difficoltà». Chi si fida della buona fede e delle competenze economiche del cosegretario di Avs, e di gran parte dei leader di sinistra che si sono avventati sui dati come lupi feroci, può anche chiudere qui la pratica. Chi, invece, avesse voglia di andare un po’ più a fondo, può analizzare con un briciolo in più di attenzione i due rapporti diffusi ieri: Conti nazionali per settore istituzionale e Conto trimestrale della Ap reddito e risparmio delle famiglie e profitti delle società.
I dati sul quarto trimestre del 2025 sono quelli citati da Fratoianni, che non mente, ma bara. La pressione fiscale è infatti schizzata al 51,4%, dato che non si vedeva dal 2014. Stesso discorso per le famiglie: il reddito disponibile delle famiglie è diminuito dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Un calo congiunturale, spiega l’Istat, «che si è tradotto in una riduzione del potere di acquisto», quantificata in -0,8%.
Ora, però, andiamo a vedere anche l’altro rapporto. Perché se l’Istat è il verbo, allora la storia va letta per intero, senza fermarsi alle prime righe. Ed ecco che, come speso accade, scopriamo che andando avanti nella storia i colpi di scena non mancano. Fino al punto di ribaltare completamente, come in un bel romanzo, le nostre iniziali convinzioni.
Nell’intero 2025, infatti, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici a prezzi correnti è aumentato del 2,4%. Una crescita minore rispetto al +2,9% registrato nel 2024, ma pur sempre consistente. Ma ecco la vera sorpresa. «L’andamento dei prezzi e dei beni e servizi acquistati dalle famiglie», spiega l’Istat, «ha determinato un aumento dello 0,9% del loro potere d’acquisto, ossia del reddito disponibile espresso in termini reali». In altre parole, anche nel 2025 la capacità di spesa delle famiglie al netto dell’inflazione è aumentata. Cosa che fa da diversi anni, consentendo agli italiani di recuperare i soldi persi con l’impennata del carovita che si è avuta dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
I grafici forniti dall’Istat parlano chiaro. Dopo un calo dello 0,6% nel 2022, il potere d’acquisto è aumentato dello 0,4% nel 2023, dell’1,2% nel 2024 fino al +0,9% del 2025. Ad occhio si tratta di un andamento positivo, come del resto riconosciuto più volte anche da Bankitalia. E positivo, per il Paese, è anche il cambio di rotta sulla propensione al risparmio. Dopo un lungo periodo di crescita, la quota di reddito messa da parte per affrontare eventuali difficoltà future è diminuita. La spesa per consumi finali sostenuta dalle famiglie è infatti aumentata nel 2025 del 2,5% (+31,5 miliardi di euro rispetto al 2024). Il che significa una ripartenza della domanda interna fondamentale per puntellare la crescita dell’economia.
Andando ancora più a fondo, l’Istat spiega che «nel 2025 il reddito primario delle famiglie è aumentato di 47 miliardi di euro (+3,1%), con un apporto positivo generato dai redditi da lavoro dipendente (+33,1 miliardi di euro, +3,8%), dai redditi imputati per l’utilizzo delle abitazioni di proprietà (+6 miliardi di euro, +3,5%), dai redditi derivanti dall’attività imprenditoriale (+5,5 miliardi di euro, +1,5%) e dai redditi da capitale finanziario (+2,4 miliardi di euro, +3,0%)».
E qui arriva un primo assaggio del colpo di scena sulle tasse. L’Istat infatti ci rivela che «le imposte correnti pagate dalle famiglie sono diminuite di 0,7 miliardi di euro», lo 0,3% in meno rispetto al 2024, per effetto principalmente della riduzione del gettito Irpef (-3%), in parte compensata dall’incremento delle ritenute sui redditi da capitale e dalle imposte sostitutive sul risparmio gestito e sui capital gains (+23,2%) e dall’inserimento dell’imposta sostitutiva derivante dall’adesione al concordato preventivo. Insomma, meno imposte sul reddito e più balzelli sulle rendite finanziarie, proprio come piace a Fratoianni & Co.
L’aumento della pressione fiscale, seppure non così mostruoso come denunciato dalle opposizioni, c’è stato. Nel 2025 si è attestata al 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4% del 2024. Stangata micidiale sugli italiani? Non proprio. A livello aggregato il rapporto dipende dal movimento delle entrate, che si muovono con le rispettive basi imponibili, e da quello del PIL nominale. L’ipotesi che i movimenti siano allineati, ossia di un’elasticità del complesso delle entrate rispetto al PIL pari a 1, può assumersi – come semplificazione – solo nel medio-lungo periodo, quando l’economia si colloca su un percorso di crescita potenziale e gli effetti del ciclo scompaiono e il rapporto tra entrate strutturali e PIL nominale potenziale può ritenersi costante. Non è questo il caso. Persino l’economista Carlo Cottarelli, pur ritenendo l’attuale pressione fiscale troppo elevata, spiega che c’è una componente legata alla tassazione dei prodotti finanziari e all’andamento della Borsa e un’altra che riguarda la riduzione, non prevista in maniera così significativa, dell’evasione fiscale. Infine c’è l’allargamento della base imponibile provocato dal record dell’occupazione. Più stipendi portano inevitabilmente più entrate per lo Stato, ma non hanno lo stesso impatto sulla crescita, contribuendo al Pil solo per il 38%. Di qui, professor Fratoianni, il disallineamento.