Giorgia Meloni non esclude lo scostamento di bilancio. È una procedura straordinaria con cui il governo si fa autorizzare dal Parlamento ad aumentare il deficit rispetto a quanto programmato per affrontare nuove emergenze quali le conseguenze sui costi dell’energia causate della guerra.
Nel triennio 2020-2022 di scostamenti ne sono stati approvati otto grazie alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita (Psc) a livello europeo. Sempre votati anche dalle opposizioni. Emanuele Orsini e Maurizio Landini, leader di Confindustria e Cgil, sono d’accordo. Addirittura Francesco Boccia, capogruppo dei dem al Senato, non lo esclude purché i soldi si spendano come dice il Pd. Ma facciamo ordine. Non aver centrato il 3% di deficit/Pil è irrilevante ai fini di uno scostamento di bilancio. Se l’obiettivo fosse stato raggiunto avremmo infatti potuto allargare i cordoni della borsa ma solo sulla difesa. Capirai cosa importa agli automobilisti che fanno benzina. Ma quanto è importante sospendere queste regole a livello nazionale e senza l’autorizzazione di lorsignori a Bruxelles? Risposta: è importante ma meno di quanto si creda. Il Psc vincola la politica di bilancio ad un numero senza senso. Una follia. Ma non sono soldi in più da spendere. È una scelta di spesa aggiuntiva che il governo fa.
In tal caso fregandosene di Bruxelles. Poi però i soldi vanno trovati. E qui arriva la differenza rispetto al periodo Covid. Allora a rilevare non era tanto la sospensione del Psc, ma il fatto che la Bce stampava denaro ed acquistava Btp a bocca di barile. 150 miliardi solo nel 2020 ed altri 120 nel 2021. Oggi è già tanto se non aumenterà i tassi.Cosa stupida, certo. Quindi fattibile. Meloni ha di fronte a sé un sentiero stretto. Nessuno la aiuterà. Anzi. Potrebbe trovarsi i bastoni fra le ruote in vista delle elezioni del 2027. Ciò che Chigi deciderà di spendere andrà trovato convincendo gli investitori. E allora che fare una volta che si è deciso di spendere in più? Serve uno sforzo di analisi ulteriore. Non siamo in presenza di uno shock da domanda con milioni di disoccupati. Il governo, sul fronte occupazione, ha fatto bene. Abbiamo invece uno shock da offerta.
Salgono i prezzi perché il petrolio ed i fertilizzanti arrivano col contagocce. Non abbiamo benzina perché abbiamo chiuso sette raffinerie negli ultimi anni pur di obbedire ai precetti della religione ambientalista un tanto al chilo. E, sempre per questo, fin troppo traccheggiamo a far ripartire le più economiche centrali a carbone. Il problema è dal lato delle imprese e occorre concentrarci sull’offerta.
Focalizzandosi solo sullo stimolo della domanda sarebbe addirittura controproducente visto che mancano prodotti. La Supply Side Economics era il cuore della reaganomics. Stimolando la produzione nazionale di carburanti ed energia aumenta l’offerta e, a parità di domanda, calano i prezzi. Serve cancellare balzelli (come gli Ets) che rendono meno profittevole raffinare petrolio o bruciare carbone. Non basta sospendere il Psc ma pure il Green New Deal. Non un dito nell’occhio a Bruxelles ma due e in entrambi gli occhi. Spendere così sarebbe però produttivo ed avrebbe ricadute positive sui prezzi alla pompa e in bolletta.L’ordine di grandezza potrebbe essere di un paio di miliardi da trovare sul mercato come sempre. Minima spesa massima resa.
Ma pure alla domanda, e cioè ai consumatori, il governo deve pensare. Le elezioni sono dietro l’angolo. E qui il sentiero quasi si chiude. Per questo il buonsenso, oserei dire l’ovvio, dovrebbe diventare la vera bussola: le tasse devono essere poche, basse e semplici da pagare. Il governo ha un’opzione, se vuole. Stringere un patto sacro con i contribuenti: «Io non approvo un semplice scostamento di bilancio bensì un maxi scostamento spalmato sul bilancio di sette anni». L’impegno a ridurre alcune imposte, deve cioè valere dal 2026 fino al 2033. Chiamiamola: regola del sette. Facciamo esempi semplici. La Cgia di Mestre ha contato a suo tempo 109 imposte (erariali, locali e addizionali). Eppure, sono le prime 20 a garantire oltre il 95% del gettito. Perché allora mantenere le rimanenti 90? Meglio sopprimerle gradualmente in sette anni.
Una semplificazione epocale. 90 imposte dal gettito irrisorio cancellate in sette anni. 12-13 imposte in meno ogni anno. Altro esempio. L’Agenzia delle Entrate stima circa 1.500 adempimenti fiscali in un anno. Sono tutti necessari? In sette anni magari si possono portare a 300. Ogni anno 170 adempimenti in meno. Un altro esempio è l’Imu. Una patrimoniale sugli immobili anche se non produttivi di reddito. Opprime il mercato, penalizza i proprietari, frena gli investimenti. Ha un gettito di circa 20-22 miliardi. Perché non dimezzarla in sette anni? 10-11 miliardi totali significa meno di 1,5 miliardi l’anno.
Queste misure, implementate con gradualità, alleggerirebbero il carico sui contribuenti e creerebbero crescita, occupazione e gettito da tasse basse su una base economica più ampia. Serve rispolverare la teoria delle aspettative razionali. Indurre gli operatori a certe scelte con una programmazione di bilancio; senza stressare di più del dovuto il calendario delle emissioni. Si coglierebbero i vantaggi della riduzione delle tasse prima ancora che questi entrino tutti a regime. Queste scelte avrebbero poi una portata politica e tattica rilevantissima. Il centrodestra si presenterebbe alle elezioni con una programma di riduzione delle imposte già attuato. Il messaggio agli elettori non sarebbe: “votami perché faremo...” bensì “votami perché abbiamo abbassato e stiamo abbassando le tasse o il Pd cancellerà tutto”. Queste scelte metterebbero poi in difficoltà l’opposizione fin dalla loro approvazione ora. E poiché i numeri il centrodestra li ha, non ha che da guadagnare acuendo le divergenze col campo largo. Sarà l’opposizione a spiegare come mai si opporrà. Nel centrodestra possono esserci tante anime. I conservatori, gli euroscettici e gli europeisti. Ma non possono certo dividersi sulle tasse.