Altro che tassa inevitabile. Sull’Imu, soprattutto quella sulla seconda casa, si gioca una partita tutta italiana. Fatta di cavilli, interpretazioni e, soprattutto, prove. Perché sì, puoi anche non pagarla. Ma devi dimostrarlo. E qui iniziano i problemi. Lo spiega bene Brocardi: il 16 giugno 2026 è la prima scadenza per l’acconto, con saldo finale il 16 dicembre. Un passaggio obbligato per chi possiede seconde case o immobili di lusso. Ma attenzione: esistono esenzioni. Solo che non sono automatiche. Il punto chiave è uno solo: non basta dire “ci vivo”.
Devi provarlo. Perché l’Imu non si paga sull’abitazione principale, cioè quella in cui “si risiede anagraficamente e si dimora abitualmente”. E qui casca l’asino. Perché molti tentano di far passare una seconda casa come prima. Ma, come chiarisce l’articolo, “non è sufficiente dichiarare di abitare nella seconda casa”: serve dimostrare che la residenza è reale, non fittizia. Come? Con le prove. E non basta una carta. Servono indizi concreti, quotidiani. Tipo: il medico di base associato a quell’indirizzo, le bollette di luce, gas e acqua con consumi “regolari e costanti durante tutto l’anno”. Insomma, devi far vedere che lì ci vivi davvero. Non solo nei weekend o d’estate.
E non finisce qui. Perché anche i Comuni possono dire la loro. Dal 2026, con la riforma delle aliquote, avranno più margine per introdurre agevolazioni, ad esempio per immobili inagibili. Ma sempre con una condizione: documentazione tecnica alla mano. Niente scorciatoie. C’è, infine, un’altra novità importante, confermata anche dalla Cassazione: i coniugi possono avere due abitazioni principali diverse e ottenere entrambi l’esenzione. Tradotto: non serve più vivere sotto lo stesso tetto per evitare l’Imu su entrambe le case. Morale? L’Imu sulla seconda casa si può evitare. Ma solo se trasformi davvero quella casa nella tua prima. E soprattutto, se riesci a convincere il Comune. Perché senza prove, la tassa resta.