Dal punto di vista terminologico la battaglia è già vinta. Contrapporre al salario “minimo” quello “giusto” ti dà subito l’idea che il secondo sia meglio del primo. Ma quello che conta negli stipendi sono i numeri e non le parole, quindi disinteressiamoci delle definizioni e andiamo al sodo.
La propaganda della sinistra e della Cgil, che insiste nel fissare una soglia retributiva al di sotto del quale nessun contratto può scendere è una formidabile bandiera politica, ma una pessima soluzione pratica. Come ha spiegato la leader della Cisl, Daniele Fumarola, «immaginare di fissare una soglia minima per legge è assolutamente sbagliato, perché il rischio più grosso che si coglie è schiacciare verso il basso la contrattazione buona che copre più del 95% dei lavoratori del nostro Paese.
Con il salario minimo, inoltre, si potrebbero incentivare alcune imprese ad andare al risparmio». Il ragionamento è chiaro, per salvare quella parte di lavoratori che ancora oggi percepiscono una paga base sotto i 9 euro lordi all’ora, si rischia da una parte di far saltare l’intero sistema della contrattazione collettiva, con tutte le tutele per i dipendenti che essa porta, dall’altra di aprire la strada ad un abbassamento generalizzato delle retribuzioni che si trovano al di sopra della soglia fissata. Ovvero una tragedia per un Paese dove il vero problema sono i salari medi troppo bassi e non quelli minimi.
L’idea introdotta dal governo nel decreto lavoro per il primo maggio non risolverà tutti i problemi, ma produce due effetti di grande rilievo.
Il primo è quello di difendere la contrattazione collettiva, che pur con tutti i suoi difetti ha costretto l’Europa ad ammettere che i nostri lavoratori sono già tutelati e non hanno bisogno di paghe minime fissate per legge. Il secondo è quello di premiare le innovazioni contrattuali che cercano di raggiungere un compromesso tra le esigenze dei lavoratori e quelle delle imprese: ovvero legittimando tutte quelle forme di retribuzione accessoria che forniscono sostegno economico ai dipendenti, a partire dal welfare aziendale, che pesano meno sul conto economico ma valgono tanto in termini di benessere lavorativo e sociale.
Il tutto ruota intorno ad un cambio di prospettiva. Spostare il riflettori dal Tem (trattamento economico minimo) al Tec (trattamento economico complessivo), che comprende anche le voci accessorie. Il riferimento al secondo criterio è in realtà presente anche in alcune proposte di legge sul salario minimo, ma solo come riferimento secondario, dopo quello dei 9 euro orari, i cui potenziali effetti distorsivi sono sotto gli occhi di tutti.
La novità principale è che non si procede a colpi di bastone, ma di carota. Il decreto varato mercoledì dal governo non fissa una soglia per legge, ma stabilisce che rispettare il Tec dei contratti firmati dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative, che secondo il Cnel oltre a Cigl, Cisl e Uil sono anche Ugl e Confsal, diventa il requisito per poter accedere al generoso pacchetto di agevolazioni messo sul piatto dall’esecutivo per favorire le assunzioni, soprattutto di giovani e donne. In questo modo quello che viene definito il “salario giusto” diventa il modello virtuoso della contrattazione, che consentirà alle imprese di accedere agli incentivi e a tutti i lavoratori (non solo a quelli assunti con gli sgravi e non solo a quelli con lo stipendio base) di ottenere una retribuzione migliore di quella che avrebbero ottenuto col salario minimo obbligatorio.